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(it) anche lo Yoknapatawpha Social Forum ha un portavoce. Anzi due, forse tre

From mutante <cybepol@tin.it>
Date Sun, 9 Sep 2001 06:04:12 -0400 (EDT)


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> From: lanfranco caminiti <lanfranco@apolis.com>

Anche lo Yoknapatawpha Social Forum ha un portavoce. Anzi due, forse tre

Quest'estate sono stato invitato dal Yoknapatawpha Social Forum a tenere
un breve seminario all'interno della loro riunione generale preparatoria
in vista dei futuri appuntamenti del movimento anti globalizzazione.
Yoknapatawpha è una regione del Canada, a cavallo tra il Saskatchewan,
il Michigan, lo stato di New York,  l'Ontario, insomma il nord
dell'America del nord, quella roba fredda lì che i conquistadores
spagnoli snobbarono, a ridosso di Seattle e da dove viene la Naomi
Klein, e dove negli anni sessanta i ragazzi che non volevano andare in
Vietnam passavano la frontiera dopo aver bruciato la cartolina di
chiamata alle armi (poi dici i fili rossi della storia). E quindi potete
immaginare il mio entusiasmo nel ricevere la mail con l'invito. Per
sicurezza, telefonai. Tutto confermato. Mi pagavano il viaggio e mi
avevano sistemato bene per dormire e mangiare, insomma, era tutto a
posto, bastava solo prendessi l'aereo. E io l'ho preso, senza starci
troppo a pensar su. Mi sono messo sotto a rispolverare il mio inglese e
il mio francese, con cassette audio e video di film, nei giorni che
mancavano alla partenza, ma certo di limiti ne ho troppi: credo che il
resoconto di questo viaggio - che è un resoconto politico sullo stato
del movimento in Yoknapatawpha - e quindi ha il suo valore - risenta di
questa mia fragilità nelle lingue. A volte facevo confusione, a volte
non capivo bene.
Devo dire che uno dei motivi principali che mi convinceva al viaggio
verso il Canada era anche un tentare di "saldare i conti" con la Klein
(in maniera molto ridotta, certo, ma con un suo significato etico
enorme): insomma, non sono mai riuscito a capire perché da noi si legga
tanto la Klein, e la si citi e intervisti a spron battuto, quando ci
sono fior di pensatori nostrani, gente che sulla globalizzazione ci
sgobba da anni - niente, ignorati. Sarà un fatto provincialistico e poco
globale, lo ammetto, ma non mi va tanto giù. Mettete: il "New York
Times" cita Empire di Michael Hardt e Toni Negri? Bene, in un articolo
di 1.800 battute, 43 citazioni vanno a Michael e 1 sola a Toni (che è
poi quella che fa delirare il "Corriere della sera"). Insomma, loro ci
tengono ai loro compatrioti. Guardate il casino che hanno fatto per gli
arrestati americani a Genova: il governo, dico il governo degli Stati
uniti ha scritto una lettera "preoccupata". Li volevano a casa, subito,
poi ci pensano loro. Uno, se è americano, si sente sicuro, protetto,
valutato quel che merita. Va bene, che poi loro il principio lo
applicano pure agli assassini del Cermis o ai soldati che stuprano le
ragazzine a Okinawa, però ecco, uno che è americano si sente protetto.
Pure se è sovversivo: quelli lì, i scajola e compagnia, se non si
sbrigavano a mollargli gli  americani di Genova, si sarebbero trovati a
fronteggiare i marines sbarcati a La Spezia (ci fosse stato Theodore
Roosevelt già li avrebbe mandati), altro che tute nere. E i canadesi lo
stesso. Guarda come si coccolano la Klein. Non come noi italiani: se
avessero arrestato degli italiani a Quebec city scajola avrebbe detto
che non gli risultavano nei registri anagrafici: oh, è successo a Praga.
Io, questa storia qui dell'esterofilia a livello popolare la capisco
pure, sennò perché mai i western spaghetti li firmavano con "nom de
plume" gente come Anthony Dawson, John Pidgeon e Robert Redcliff che poi
erano Antonio Monterosso, Giovanni Piccioni e Raffaele Persichetti?
Però, ecco, poi c'era stato Sergio Leone, che aveva ribaltato le cose, e
a me sembrava un punto di non ritorno nella storia culturale di questo
paese. Invece, ci risiamo.
Capite quindi come mi abbia inorgoglito il fatto che dei canadesi,
insomma dei compatrioti della Klein, avessero invitato me. Come potesse
essere accaduto, resta ancora un mistero e io, per pudore, non ho
chiesto (si fossero sbagliati e mi rimandavano indietro). Ma tanti anni
fa - al periodo del berlusconi primo - quando con gli amici della
rivistina "luogo comune" scrivevamo di questo e di quello, fra le altre
quisquiglie (la disobbedienza civile, il reddito garantito, il lavoro
immateriale e le nuove schiavitù, le immigrazioni come soggetto forte,
la pericolosità della nuova destra televisiva), avevamo proposto di
fondare dei Forum, in cui si potessero riconoscere spezzoni vari di
movimento a partire da alcuni elementi propositivi di massima: non vi
dico il putiferio, i padovani ci diedero addosso, i romani non ci
badarono proprio, i milanesi erano sempre tra il nì e il nì, quelli
feroci ci insultarono perché si proponeva una relazione conflittuale ma
forte con le istituzioni, insomma andò buca, che pure quelli di
rifondazione, i verdi, le associazioni non governative sembravano
d'accordo. Ci avevamo pure fatto un opuscoletto (una tiratura di mille
copie, che credete). Era la solita storia degli "intellettuali": loro,
"la base militante" non ci stava. Qualcuno di noi si era pure offeso,
come uno smacco personale. Poi le cose sono andate come sono andate -
c'è stata Seattle, c'è stata Porto Alegre e allora la parola forum ebbe
improvvisamente suono popolare. Quel documento, quella proposta era
arrivata a suo tempo in Canada, a Yoknapatawpha: forse l'avevo spedita
io che del gruppo ero quello più smanettone con i computer e le mailing
list, e lì ci avevano creduto ed era piaciuta. E, dopo, si erano
ricordati della fonte (poi dici i fili rossi della storia). Allora, mi
ero detto, prima di partire, magari mi porto dietro un altro dei vecchi
documenti di "luogo comune", che so quello sul nuovo sindacato, sugli
International workers of the world, così magari parliamo un po' di
lavoro salariato e di quello che si può fare tra una riunione del Wto e
un'altra del Fmi. Tanto in Italia il nuovo sindacato lo faranno fra
cinque anni (non vi dico il putiferio quando uscì "Iww", i padovani ci
avevano dato addosso, i romani non ci avevano badato proprio, i milanesi
erano sempre tra il nì e il nì, quelli feroci ci avevano insultato,
insomma era andata buca pure questa, la solita storia degli
"intellettuali": loro, "la base militante" non ci stava), però magari a
Yoknapatawpha lo afferrano subito e lo fanno. Ed è una soddisfazione.
Dico, siamo in epoca di globalizzazione.
Insomma, arrivo lì - una sistemazione dignitosissima, manco fossi la
Klein (la Klein in Italia) - e mi spiegano di questo incontro. Che non
era proprio la riunione del Yoknapatawpha Social Forum, ma la riunione
prima, un rehearsal come dicono loro, una rappresentazione. Cioè, per
essere la riunione del Yoknapatawpha Social Forum, lo era, ma di quelli
che tenevano un po' le file del movimento. Per quello che capii, in
ballo c'era il fatto che tutti i vari Social forum canadesi avevano
deciso di raggrupparsi in un unico Canada social forum per poi passare a
un American social forum e via di questo passo. Dovevano discutere delle
strategie del movimento e di chi ne sarebbe stato il portavoce. A me era
stato affidato l'introduzione come seminario teorico, dal titolo: "Da
Yoknapatawpha al Qatar, passando per Washington e Roma", che era roba da
far tremare i polsi, ma per fortuna avevo assistito, da lontano, a una
riunione a Roma dove qualcuno aveva sviluppato il tema "Dal Tuscolano al
Qatar, passando per Washington e Roma" e qualche appunto preso lì mi era
rimasto. Non obiettai.
La riunione era di pomeriggio inoltrato: immaginai che si dovesse fare
in un posto chiuso, tirava già una certa giannetta, ma loro erano decisi
a non nascondere nulla ai giornalisti e così l'appuntamento era nel
parco cittadino, esattamente al gazebo numero 24 del parco cittadino,
perché lì un parco è grande come una città delle nostre grandi. Ora fate
conto che lo Yoknapatawpha è una provincia sì ma è quattro volte
l'Italia, benché la densità abitativa sia piuttosto ridotta. Deve essere
questo elemento a determinare la partecipazione agli incontri: comunque,
a quello specifico eravamo una cinquantina di persone, non proprio una
folla. Ma le cinquantina erano molto rappresentative - come mi fu subito
spiegato: alcune addirittura rappresentavano più cose
contemporaneamente: del tipo che il rappresentante del Network per i
diritti planetari era anche rappresentante dei Copas e anche della
regione sud-ovest del Sasketchewan o che le tute bianche - ci stanno
anche lì - sono talvolta anche tute nere, perché dipende dalle stagioni,
e quando è tutto bianco per via della neve non è che ti metti a fare la
tuta bianca che le televisioni proprio non ti vedono e allora la scambi
con quella nera - e io qui li pregai di non insistere molto su questa
variabile "climatica" del movimento canadese che sennò in Italia sai che
succede - ma dovete prendere tutto con le molle per via delle lingue.
Presto mi resi anche conto che della cinquantina di persone almeno una
ventina erano giornalisti, lo si capiva dai blocchetti di appunti in
mano, dalle telecamere con le luci e tutto l'ambaradan che si portano
dietro, i furgoni con le antenne sopra e cose così. C'erano lo
Yoknapatawpha Gazette, lo Yoknapatawpha Spectacle, lo Yoknapatawpha
Times - che aveva pure partecipato a un Pulitzer con un articolo sul
ritorno dell'uomo delle nevi, una bufala e li avevano espulsi ma loro
imperterriti - e diverse televisioni via cavo. Intervistavano due o tre
persone (in particolare quelli che mi avevano invitato) i quali
rispondevano con sagacia e senso di responsabilità alle domande pungenti
che venivano poste - questo lo capivo dalle pose e dagli sguardi
reciprocamente intensi, perché parlavano troppo svelto. Uno dei più
intervistati era il responsabile quacchero della comunità, un omone
grande e grosso tutto vestito di nero - evitai di chiedere se anche lui
avesse una mutazione climatica dell'abbigliamento e del pensiero - con
due mani come palanche che doveva avere spazzato via i pellerossa da
quelle parti a suon di sberle (o li aveva convertiti): brandiva in una
mano la bibbia e nell'altra un foglio del Yoknapatawpha Monitor sulla
cui prima pagina campeggiava la sua foto ed era molto arrabbiato, benché
li stringesse entrambi al cuore - che doveva essere grande come una
casa: in certi momenti scambiava di mano la bibbia e il Monitor, in
certi li agitava contemporaneamente - non approfondii la cosa. Comunque
anche lui era lì. Con proprio senso di importanza. Aveva messo a
disposizione dell'incontro la sua chiesa di legno con campanile che era
stata costruita dai boscaioli della zona, e avrebbe voluto suonare la
campana, ma non se n'era fatto nulla. Nella zona più distante dal centro
del gazebo notai un paio di figuri in tuta nera - come facessero con
quel freddo dio solo lo sa, per fortuna il passamontagna gli proteggeva
la testa - che si appoggiavano e un po' si nascondevano dietro degli
alberi grandi come sequoie. A determinati comandi cambiavano albero, con
scadenza regolare, tre-quattro minuti. Mi avvicinai a uno degli
organizzatori e feci notare la cosa, quella presenza mi inquietava.
Cercai di motivare la mia preoccupazione con la necessità di evitare le
contaminazioni con i violenti per scelta. Lui, l'organizzatore, guardò
verso quella parte, poi verso di me e disse: "ma sono Jeremy e Kurt,
fanno così per darsi delle arie, tu fai finta di niente".
Improvvisamente, qualcuno si avvicinò al microfono e dopo vari fischi e
strida dell'apparecchiatura disse: "dobbiamo evitare le contaminazioni
con i violenti per scelta" e con la testa indicava le tute nere e tutti
si voltarono verso quella zona là, pure le telecamere. E io allora, di
rimando all'organizzatore di prima: "vedi, è quel che ho detto io". E
lui: "ma no, noi stiamo dicendo un'altra cosa". Beh, lì ho capito che
era meglio se mi attenevo strettamente al mio tema. Fui introdotto e mi
venne passato il microfono. La prima cosa che notai è che spensero
subito le telecamere: io un po' mi piccai, ma in fondo il mio pubblico
stava lì ad ascoltarmi, era quello che contava. Volevo essere breve, ma
avevano speso tutti quei soldi, mi ero sciroppato tutto l'atlantico con
l'idea perenne che sotto ci stavano milioni di squali a bocca aperta ad
aspettare che cascassimo giù, una qualche soddisfazione dovevo pur
darla. Dispiegai sul leggio che avevano approntato i miei appunti sulla
riunione al Tuscolano e qualcosa che avevo buttato giù sull'aereo (per
vincere la paura dei pescecani) mescolandolo con pensieri strappati ai
vecchi documenti di "luogo comune". Avevo deciso di svolgere il mio
intervento rigorosamente in italiano - credo non ci sia motivo di
spiegare qui perché, dopo quanto ho già detto prima - e così feci.
Parlai una ventina di minuti, riservandomi magari di chiarire e
specificare meglio qualche passaggio (i documenti di "luogo comune"
erano oscuri a prescindere) rispondendo a qualche domanda degli astanti.
Fui interrotto solo una volta, con applausi a scena aperta: quando citai
letteralmente gli appunti che mi ero preso alla riunione al Tuscolano,
frasi non mie. Erano in romanesco strictu sensu, ma piacquero. Per il
resto mi ascoltarono silenziosi. Di mio, improntato lì sul momento,
c'era solo una domanda su cosa potessimo fare tra una riunione del Wto e
un'altra del Fmi. Quando finii - e mi aspettavo un contraddittorio -
prese subito la parola uno degli organizzatori e espose la questione del
portavoce. Insomma, la mia presenza era ormai inutile. Ero un po' deluso
e stavo quasi per andarmene, ma mi trattennero e avevano speso tutti
quei soldi, mi ero sciroppato tutto l'atlantico con l'idea perenne che
sotto ci stavano milioni di squali a bocca aperta ad aspettare che
cascassimo giù, una qualche soddisfazione dovevo pur darla. Mi misi
buono buono su una sedia. In fondo, mi dissi, è una rappresentazione.
Per primo parlò uno del Cucumber fair - una specie di Bottega del
cetriolo equo e solidale - che iniziò spiegando i loro metodi di
coltivazione del cetriolo, rigorosamente biologici, citando Bové, e io
già qui mi stavo stranendo, poi per via dei legami francofoni di quei
territori mi trattenni. Mi dissero anche che lui rappresentava tutta
un'area di militanti cattolici e che questa storia del cetriolo lì
l'avevano portata i gesuiti tanto tempo prima, ed era anche un ritorno
alle origini incontaminate di quei luoghi. Non obiettai, benché ce ne
avessi da dire. Però, il quacchero si agitava e continuava a salmodiare
qualcosa durante l'intervento del Cucumber fair, e gli fremevano le
mani, che erano grandi come palanche. Afferrai - mi era vicino -
qualcosa come "papisti" - ma lo ripeto, non ci farei gran affidamento
per via della mia fragilità nelle lingue. Insomma, il Cucumber fair era
contrario al portavoce unico. E l'argomento riscaldò - e ce n'era
proprio bisogno - gli animi. Presto, si snocciolarono gli altri
interventi. Dal che capii che la questione stava così:
- c'era chi lo voleva unico;
- c'era chi lo voleva uno e trino (questo si può capire chi era);
- c'era chi lo voleva plurimo;
- c'era chi non lo voleva per niente.
I figuri in nero, insomma Jeremy e Kurt - che non se n'erano andati e
tutti facevano come se non ci fossero - non espressero la loro opinione.
Gli schieramenti variavano secondo logiche a me incomprensibili ma che
dovevano essere chiarissime ai presenti: il giovanotto del centro
sociale autorganizzato Fort Knightbridge (che era una vecchia caserma
dismessa delle Giubbe rosse e che loro avevano occupato e ristrutturato,
a lui era rimasto in eredità un buffo cappello a punta) diceva ora una
cosa ora l'altra a seconda che prevalesse l'opinione dei suoi amici o
quella di chi era meno amico; quello del Copas brandiva ora un bastone
mozzo ora un mouse ora un sorriso disarmante con cui invocava
l'intervento delle Giubbe rosse contro i violenti - qui il giovanotto di
Fort Knightbridge si agitava - a seconda che parlasse come Copas
medesimo, Network per i diritti planetari o per la regione sud-ovest del
Sasketchewan, ma affermava con determinazione in tutti e tre i modi (e
le rappresentanze) che lui lo voleva unico il portavoce, anzi che poteva
anche essere bino o trino purché fosse lui stesso a interpretarlo dato
che in sé incarnava queste plurime possibilità di scelta; un altro disse
che il problema era le forme di lotta che si sarebbero scelte, e ora
proponeva di sdraiarsi per terra ora di denudarsi, una pratica
terapeutica di gruppo che si poteva applicare separatamente o insieme ma
tutto si sarebbe dovuto fare sempre gridando "fascisti, fascisti", e
questo andava anche bene solo che ogni sua proposta sembrava puntasse
apposta all'assideramento e non era proprio cosa; c'era pure un
consigliere della provincia di Yoknapatawpha, che alle ultime elezioni
aveva preso 48 voti ma per via dei recuperi e degli scorpori (ci stanno
pure lì) era stato eletto e si dava una gran importanza (uhé, dico 48
voti, stai buonino, no?). Quello che notai subito è che intanto le
telecamere si erano riaccese e i giornalisti sgomitavano quasi per
riprendere da vicino quelli che si avvicendavano al microfono e dopo,
quando giù dal palchetto, gli andavano letteralmente addosso e loro
rispondevano con sagacia e senso di responsabilità alle domande pungenti
che venivano poste - questo lo capivo dalle pose e dagli sguardi
reciprocamente intensi, perché parlavano troppo svelto.
La cosa stava andando avanti da un bel po' e io cominciai a temere un
principio di congelamento; intanto Jeremy e Kurt - i men in black -
avevano acceso un bel fuoco - c'era stato un tramestio poi la cosa si
era placata da sé - e mi erano sembrati quelli con più buon senso: tutto
sommato, quasi mi sarei avvicinato da quella parte lì, la più lontana
dal gazebo, ma per evitare contaminazioni avevo deciso di rischiare
persino che mi amputassero gli alluci. Nel progressivo ottundimento da
gelo pensai quanto tutto questo fosse lontano da Genova, da quel luglio
afoso e dal suo calor bianco, da quei duecentomila sudati, che si
coprivano come meglio potevano contro il sole impietoso, chi con il
casco, chi con il passamontagna, chi con una felpa con cappuccio, chi
con la gommapiuma, chi con le bandane  e le magliette (solo Agnoletto,
tostissimo, era rimasto imperterrito a sfidare i raggi con la sua crapa
pelata che ci si poteva friggere sopra un uovo in un attimo). Pensai
come quei duecentomila, imprevisti da tutti, non un imprevisto ma
duecentomila imprevisti, da chi aveva organizzato l'ambaradan, dalle
guardie, dai giornali, dal governo, dai diesse, dai duecentomila stessi
uno per uno, stessero ancora lì, no, non a Genova, un po' pure, ma nel
giorno per giorno. Dismessi casco e bandane, cappucci e passamontagna
per via che ora era autunno - ma forse li avrebbero tirati giù dagli
armadi se diventava caldo, a Roma poi le ottobrate sono cristalline -
cercavano delle risposte, nei loro luoghi di lavoro, nelle riunioni di
condominio, quando accompagnavano figli e fratelli più piccoli a scuola,
quando scendevano giù al baretto a farsi una birra o comprare le
sigarette e che forse già le avevano da tempo, forse per questo non
venivano a Yoknapatawpha a sbomballarsi le palle con quella roba lì. A
cominciare dal mio seminario "Da Yoknapatawpha al Qatar, passando per
Washington e Roma". Che roba.
Pensai che volevo tornarmene a casa, al mio condominio, al baretto, ai
miei libri, al mio lavoro salariato, che mi sta venendo l'agorafobia,
che con Yoknapatawpha io non c'azzeccavo niente, che la Klein poverina
faceva il suo mestiere e non mi era fregato mai nulla sul serio, che
contro l'esterofilia del mio paese non c'era nulla da fare e poi, dopo
Leone, guarda come s'è ridotto il cinema italiano, e sì, in fondo era
pure giusto che il Cucumber fair e il Copas litigassero per il portavoce
unico o trino, qualcuno deve pur fare il lavoro sporco: che si
costruissero il loro Canada social forum e l'American social forum e
quello di Marte pure. E che forse avevano un senso pure tutti quei
giornalisti lì, che sembrava neanche lo sentissero il freddo, dovevano
averci un sistema di autoregolazione con il freddo "dentro". Mi
distrassi mentre votavano. Volevo tornare a casa, presto. In Italia le
cose andavano diversamente. Tutt'altra roba. Altro che Yoknapatawpha. In
Italia, c'erano sempre di mezzo gli imprevisti. Duecentomila.

p.s.= dopo Yoknapatawpha, al ritorno, ho trovato un messaggio in
segreteria di un gruppo di Radicònzoli che vuole fondare il Radicònzoli
social forum e mi chiedevano di partecipare con un intervento al loro
incontro. Ho declinato, ma ho girato l'invito ai miei amici di
Yoknapatawpha. Siamo in epoca di globalizzazione, che te lo dico a fare?


lanfranco caminiti
Roma, 7 settembre 2001


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