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(it) Genova disincantata

From "Pkrainer" <pkrainer@tiscalinet.it>
Date Mon, 16 Jul 2001 08:08:04 -0400 (EDT)


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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" Se un cieco ne guida un altro
cadranno entrambi nel fosso"

(Parabola dei ciechi di Pieter Bruegel il Vecchio)
Un giorno, noi sudditi del genovesato abbiamo appreso che, invece di qualche
megalopoli
globale, i sedicenti Grandi del mondo avevano scelto per darsi convegno
questa cittaduzza in via di
pensionamento, da poco dismessa dai potentati industriali che l'hanno
desolata per quasi un secolo.
Di chiedere il nostro parere, nel vigente regime del silenzio-assenso,
nessuno si sarebbe ov-
viamente sognato ma, anche se, per assurdo, lo si fosse fatto, non c'è
partito rappresentativo di noi
sudditi che avrebbe anche solo osato pensare di pronunciarsi contro le
opportunità che la fabbrica-
zione di un simile "evento" offriva, sia dal punto di vista materiale che
morale; e, purtroppo, c'è da
dubitare che un numero significativo di noi stessi avrebbe avuto la semplice
dignità di opporre un
diniego reciso, dato che i più attivi nel far mostra di essere "cittadini"
esigenti di fronte ai presunti
"eccessi" del potere dei "Grandi" si guardano bene dal rifiutare i
"vantaggi" materiali dell'incontro -
prendendolo per quello che è: un insulto - tanto da elemosinare mezzi e
denari dagli Stati che lo or-
ganizzano per figurarvi come "contestatori" ufficiali.
Per allestire in pompa magna lo scenario adatto al poco memorabile convegno,
infatti, una
(questa sì) memorabile quantità di moneta sonante è piovuta sul piccolo
notabilato dei funzionari
locali, quasi increduli per l'onore di poter comparire nel codazzo dei
"Grandi", e sulle loro fameli-
che trasversali clientele: imprenditori e artigiani, tavernieri e mercanti,
ruffiani e tagliaborse di ogni
risma si sono ripromessi ricchi introiti dal convergere da ogni dove di
molte migliaia di dignitari,
araldi dei media, famigli, scherani, spie e buffoni di corte, mentre alla
massa di noi sudditi qualun-
que, cui non è toccata nemmeno qualche briciola, è riservata, come in quel
medioevo che ci appare
così stranamente vicino, la grande soddisfazione morale di partecipare
visivamente e col cuore alla
"grandezza" miracolosa di coloro che si presentano insieme come i
proprietari del mondo.
E' vero che quei due o tre giorni di trasfiguratrice gloria spettacolare per
"la città" sono stati
espiati e smentiti in anticipo per più di un anno in mille prosaici dettagli
di piccolo e squallido im-
barazzo quotidiano.
E' vero che la città intera è stata sconvolta, resa impercorribile e
irriconoscibile da sempre
nuovi cantieri, come era già successo per le Colombiane e come succederà
immediatamente dopo in
vista del 2004 e degli altri innumerevoli "eventi" puramente contabili che
il neocalendario delle ri-
correnze programmate imporrà: un futuro già completamente prenotato dalle
celebrazioni del già
accaduto per non lasciare alcuno spazio alla fecondità dell'imprevisto, da
un lato, e un cantiere di
ristrutturazione generalizzato e permanente, dall'altro, sembrano gli unici
veri ideali a proposito
dell’uso dello spazio e del tempo capaci di raccogliere l'unanimità degli
interessi autorizzati.
E' vero che i più pignoli denigratori della modernità, ancora
irrazionalmente attaccati alla
conoscenza di qualche aspetto concreto, hanno notato, ad esempio, che si
approfittava dei lavori
"straordinari", che hanno definitivamente rimpiazzato la poco redditizia
manutenzione ordinaria,
per segare alberi monumentali ma poco scenografici e sostituirli con qualche
arbusto da parata, o
per rimpiazzare le pietre di porfido della pavimentazione stradale con
arenarie friabili che promet-
tono una breve durata: che insomma, erano ancora una volta i centri storici
della nostra città, a venir
rifatti, surrogati con altri,  quasi "autentici", come accade più in
generale per la nostra vita.
E' vero che la mira dichiarata di queste mirabolanti ristrutturazioni, e il
risultato già in via di
raggiungimento nei loro mezzi stessi, è quello di trasformare noi sudditi
"nativi" in turisti interni, in
spettatori paganti della propria stessa città, resa estranea come tutto il
resto: ben presto nessuno po-
trà più riconoscere neanche lontanamente i luoghi della propria infanzia e
il noto paradosso, per cui
la città restava sempre quella mentre quel tempo della nostra vita era
perduto, cesserà di rendere pe-
ricolosamente acuto il nostro sguardo, uniformandolo alla cecità di colui
per cui si organizza ovun-
que l'esotico pittoresco.
Ma perché adombrarsi per questo? Non è forse ciò che è già accaduto e che
accade regolar-
mente a proposito di tanti altri momenti, meno eccezionali ed eclatanti,
della nostra vita, nei quali
lasciamo continuamente fare senza opporci?
Se da decenni ormai abbiamo rinunciato in maniera così vistosamente
impressionante a vo-
ler essere protagonisti nelle piccole e grandi scelte che riguardano la
nostra vita in comune, perché
improvvisamente si presume che dovrebbe scuoterci da tanta apatia il
protagonismo degli Otto, ben
più appariscente che reale?
Non sarà mica una specie di consolatorio punto d'onore? L'eccezionalità
dell'occasione non
sarà per caso anche quella della protesta, la riconferma della regola
dell'acquiescenza estrema nella
vita di tutti i giorni? Un po' come i discorsi incendiari nei comizi della
domenica davano ai nostri
bisnonni socialisti modo di sentirsi riscattati dal grigio conformismo
dell'adesione quotidiana al
"progresso" tecnico-industriale? (Con la differenza però che di quelle loro
forme di comunicazione
almeno i nostri bisnonni avevano il controllo…)
Così alcuni sudditi si mettono addirittura inopinatamente a pretendere che i
"Grandi" li sta-
rebbero privando della propria "sovranità". Ora, quando si è, come noi,
salariati, teleutenti, elettori,
assicurati, consumatori, pazienti della sanità, eccetera, occorre una
capacità di autoaccecamento
consolatorio veramente straordinaria per immaginarsi in qualche modo
"sovrani" ma, soprattutto,
occorre avere introiettato un servilismo e una mancanza di dignità senza
fondo per desiderare di es-
serlo.
Proprio aver riadattato questo consunto, ridicolo e vergognoso costume di
scena mitologico
della sovranità dei re sulla figura del "cittadino" degli stati nazionali,
invece di gettarlo alle ortiche,
è stato il vero fallimento dei tentativi rivoluzionari moderni dei nostri
antenati di creare uno spazio
della libertà pubblica. Oggi la sovranità appare ormai immediatamente una
vacua pretesa ideologica
che squalificherebbe in partenza ogni nuovo tentativo in tal senso, perché è
palesemente incompati-
bile con la pluralità degli essere umani, che non possono agire liberamente
né quando comandano
né quando sono comandati: dove essa incomincia finisce ogni possibilità di
res publica e ha inizio il
dominio irresponsabile di qualche apparato.
I risentiti impotenti, che amano credersi "sovrani" appunto finché possono
identificarsi con
un qualche apparato immaginato come potente, sono lo stesso tipo di suddito
mistificato che è di-
sposto a prendere per "federalismo" l'attuale proliferazione di apparati
sovra e sottostatali, che sem-
brano sottrarre sostanza agli Stati nazionali mentre, rimanendo al di sopra
di qualsiasi controllo ef-
fettivo delle persone comuni, non sono che ripugnanti metastasi di essa.
Nella panoplia di armi senza manico cui manca anche la lama del suddito che,
nelle grandi
occasioni, si finge "cittadino sovrano", non può mancare l'ambiguo appello
ad una "autodetermina-
zione dei popoli" che si riferisce per lo più alla presunta "volontà
generale"  di qualche supposta
"etnia" (pseudoconcetto di origine eurocentrica e razzista) e che si
caratterizza soprattutto per non
contemplare mai l'"autodeterminazione" reale degli individui e dei gruppi
concretamente esistenti di
cui tali "popoli" si compongono; e, prima di tutto, la loro eventuale
determinazione a non conside-
rarsene parte.
Chi parla di autodeterminazione senza riferirsi tanto per cominciare alla
propria, chi non re-
spinge innanzitutto e ovunque la pretesa onnipresente di mettere il destino
e l'autonomia degli indi-
vidui concreti al servizio di qualche collettività considerata come un tutto
"naturale" che non si può
discutere, è in realtà un moderno fanatico della sottomissione che ha in
bocca solo cadaveri.
Anche se il dominio personale più brutale ha riportato sotto i suoi racket
larghi strati della
realtà sociale, se i bei giorni dello schiavismo stanno tornando e se
attraverso le nuovissime antenne
le vecchie sciocchezze di ogni oscurantismo dilagano in ogni minimo spazio
prima al riparo, il pote-
re non ha rinunciato a quella caratteristica essenziale della sua modernità
che consiste nell'organiz-
zare esso stesso la vuota discussione sullo  spettacolo di ciò che fanno i
proprietari del mondo. Pro-
prio mentre a  noi sudditi del sordido neovillaggio globale viene fatto
rivivere qualcosa dell'atmo-
sfera che doveva circondare i convegni dei grandi feudatari e dei monarchi
assoluti, gli incontri co-
me quello di Genova non possono al contempo non tentare di farci credere che
ci troviamo invece
piuttosto in quel mondo euroamericano degli albori della contemporaneità in
cui alcuni popoli poli-
ticamente organizzati vedevano nei governanti che si erano scelti delle
guide che li conducevano
per mano, in maniera più o meno razionale rispetto agli scopi ritenuti
comuni e sulla base della co-
noscenza e della comprensione storica degli eventi trascorsi.
In realtà, dietro a ognuno degli otto "Grandi" che si ritiene si riuniscano
per ponderare gra-
vemente i futuri destini del mondo, da molto tempo non ci sono che
irresponsabili "trust di cervelli"
di tecnici e specialisti che, nonostante il nome, non pensano affatto - non
è questa un'attività che si
possa affidare a dei computer…. - ma fanno piuttosto dei calcoli in base
alle conseguenze calcola-
bili di intere costellazioni di ipotesi (i cosiddetti "scenari" ), senza
essere minimamente in grado di
sottoporle a verifica. Del resto, ciò che all'inizio di queste costruzioni
di "scenari" assistite da com-
puter appare ancora come semplice ipotesi, dopo poco si ritrova già
trasformato in un "fatto", che dà
origine a intere sfilze di analoghi non-fatti, facendo dimenticare il
carattere speculativo del tutto.
Tutta questa futurologia di Stato (in cui non può mancare mai nemmeno il
concorso degli astrologi
con i loro oroscopi) ha su coloro stessi che la concepiscono, prima ancora
che su di noi sudditi sui
quali i media ne riversano i cascami giudicati opportuni, un effetto
essenzialmente ipnotico, che fi-
nisce di assopire ogni residuo senso della realtà e lo stesso semplice senso
comune.
All'ombra di questo declino progressivo del potere, che la spettacolarità
delle assise come
quella di Genova dovrebbe mascherare, il predominio del mondo degli affari e
della sua logica ha
mandato in rovina i "popoli" come corpi politici organizzati non
recentemente ma più di un secolo
fa, anche se le élite dei paesi ex-coloniali, giocando sulla confusione tra
libertà dalla dominazione
coloniale e instaurazione del potere irresponsabile di un apparato statale
autoctono, hanno prolun-
gato le illusioni al riguardo nel corso del novecento. Oggi ovunque la
speculazione, che è diventata
la parte principale di ogni proprietà, "si governa pressoché da sola, a
seconda delle preponderanze
locali, attorno alle Borse, agli Stati, alle Mafie che si federano tutti in
una specie di democrazia
delle élite speculative" (Debord). I profittatori di ogni genere che sono
ammessi a farne parte pos-
sono badare soltanto a riempirsi le tasche in  gran fretta, dato che
difficilmente potrebbero credere
davvero all'avvenire prospettato dai cangianti "scenari" abborracciati per
loro.
Eppure, a giudicare dalle più o meno costumate rimostranze di chi rimprovera
agli Otto di
governare la Terra usurpando i poteri pubblici delle Nazioni, sembrerebbe
che la finzione del mon-
do dell'altroieri regga ancora. Ma imputare l'andamento catastrofico del
pianeta a decisioni lucida-
mente malevole e perversamente razionali di tipo imperiale non sarà un modo
paradossalmente ot-
timistico di autoilludersi sulle capacità dei decisori attuali, per non
prendere atto che la loro incapa-
cità di percepire la portata storica delle proprie decisioni è gravida di
ben più minacciose conse-
guenze? La certezza che non esiste al mondo alcuna istanza politica, né
nazionale né sovranaziona-
le, che sia in grado non si dice di pianificare la regressione e la
decomposizione storica in corso, ma
nemmeno di introdurvi ex-post qualche barlume di parziale razionalità: ecco
un pensiero pertur-
bante non può non insinuarsi nei momenti di stanchezza del chiacchiericcio
globale, per quanti
sforzi congiunti facciano gli Otto per apparire previdenti reggitori del
governo delle genti, le Orga-
nizzazioni Non Governative e i contestatori autorizzati per soccorrerli
nelle loro dimenticanze e
manchevolezze con i propri buoni uffici, e infine noi, comuni sudditi, per
convincerci che le cose
non sono poi così gravi, che in un modo o nell’altro finiranno per
aggiustarsi da sole e che le sven-
ture di oggi portano i germi della felicità di domani.
E’ per esorcizzare questi pensieri che si è formata questa sorta di
unanimità nel fare “come
se”, in cui tutti avrebbero paura di passare per “ingenui” se ponessero le
questioni in modo realisti-
co: sull’onda della mescolanza di virtuale e di reale nelle pratiche
economiche e culturali attuali,
che ricorda il famoso pâté di carne di allodola (dosi: un cavallo per
un’allodola) si fa come se la
crescita illimitata potesse essere durevole e generalizzata e l’aumento del
prodotto lordo salvasse
posti di lavoro, come se il debito potesse essere rimborsato oppure si
potesse indefinitamente ripia-
narlo ricorrendo ad altri debiti, come se lo scatenamento della predazione
generalizzata di ognuno
per sé realizzasse magicamente il bene di tutti, oppure dopo averla
scatenata la si potesse controlla-
re, tassare, addomesticare, come se la terra promessa dello “sviluppo”
economico come abbondanza
diffusa di merci – pur se invero povere e deludenti – non si fosse rivelata
l’eccezione, che può gene-
ralizzarsi alla maggior parte del mondo come regola solo in forma di
astratta e severa logica mer-
cantile che distrugge ricchezze culturali, rapporti sociali e beni naturali
trasformandoli in merci fal-
se, rare e costose, oppure come se ci si potesse appellare a uno sviluppo
economico “vero” buono,
duraturo e sostenibile contro quello “falso” che ha tradito i suoi fedeli.
Questo regno unanimistico del “come se”, questo gigantesco simulacro in cui
tutti, discuten-
do aspramente, “comunicano”, ha un nome: globalizzazione, un trompe l’oeil
in cui la verosimi-
glianza è sufficiente a sospendere la questione della realtà e il cui valore
strategico sta quindi prin-
cipalmente nell’assuefarci a vivere nell’indifferenza al reale, adagiati
nella perdita del senso della
realtà e nella rinuncia al giudizio.
I dirigenti degli otto paesi più industrializzati del mondo possono anche
soddisfarsi del fatto
che il lato materiale della catastrofe rimanga per il momento confinato per
lo più nelle immense
“periferie” del mondo, mentre noi sudditi delle cittadelle economiche ne
viviamo separatamente so-
prattutto il lato culturale e simbolico; ma, per quanto noi sudditi siamo
decisi a essere del nostro
tempo nella strenua volontà di autoinganno, per quanto affettivamente
attaccati alle nostre aliena-
zioni più che alla stessa vita (le recenti rivelazioni sulla programmazione
dell’avvelenamento indu-
striale dei cibi non hanno sollevato che mezze preoccupazioni semipubbliche
ansiose di prendere
per buone prime finte “precauzioni” governative), siamo non di meno
condannati a una tormentosa
irrequietudine perché, nonostante tutto, qualche involontaria intuizione
della realtà trapela alla no-
stra coscienza, malgrado la decisione irremovibile di non decidere mai di
nulla ci induca a una sfi-
ducia preventiva nelle nostre intuizioni.
L’occhio del ciclone planetario in cui tutto è innaturalmente calmo ed
eccessivamente im-
mobile è infatti questa nostra apatia assoluta; il motivo della inedita
sterilità che l’attuale decompo-
sizione storica presenta nell’area dove la storia è nata sta nella nostra
rinuncia a osare creare qualco-
sa autonomamente, rompendo il bisogno di sentirsi autorizzati per difendere
davvero i propri punti
di vista.
La rassegnazione all’assenza di creatività storica che le rivoluzioni
moderne fino al ‘68 ave-
vano profondamente scosso e delegittimato, controbilanciando e tenendo a
freno le forze del domi-
nio che si raccoglievano attorno all’espansionismo dell’economia
industriale, l’ultimo terzo di se-
colo l’ha ristabilita come norma che va da sé, determinando un crollo
storico senza nome.
E’ questo sprofondamento delle nostre capacità, non solo di opporci e di
resistere ma so-
prattutto di prendere iniziative autonome dal dominio, che ha aperto la
strada a una nuova fase di
espropriazione e di oppressione, a un nuovo regime sociale predatore ancora
più rozzo, brutale e
“primitivo” di un capitalismo ottocentesco senza rivoluzione francese. La
distruzione progressiva
del plurimillenario processo di umanizzazione da parte della moderna
“razionalità” economica, che
fu intrapresa allora con l’imposizione del lavoro salariato e via via
intensificata con
l’industrializzazione dell’agricoltura, della cultura e del tempo libero, ha
fatto passi da gigante da
quando non si trova più di fronte a contrastarla la tendenza storica degli
assoggettati a creare lo spa-
zio della libertà istituendo il potere comune sul destino della vita
associata, e può mirare oggi diret-
tamente a completare la distruzione dell’ambiente e dell’esistenza umana
attraverso la colonizza-
zione, l’artificializzazione e la sterilizzazione della stessa vita
biologica. L’ambizione delle necro-
tecnologie non è nulla di meno che familiarizzarci a convivere
simbioticamente con la morte. Il ne-
cessario bombardamento a tappeto dei geni, come quello dei territori e
quello delle menti richiedo-
no e, come per armonia prestabilita, determinano uno stato d’eccezione
permanente, mentre mira-
bilmente ci educano a questa nuova regola.
In questo quadro una non secondaria utilità che il dominio può ripromettersi
dall’allestimento farraginoso quanto costoso di grandi happening come il G8
e simili non sta forse
proprio nel saggiare la nostra difficilmente sondabile passività di sudditi
nelle continue emergenze,
cui già ci espone l’ininterrotta serie di catastrofi ecologiche, sanitarie,
alimentari, ecc.? La messa a
soqquadro di intere città al di fuori di ogni normale procedura, il freddo
annuncio di misure ecce-
zionali di ordine pubblico, quali solo la Gestapo si permetteva, per
combattere misteriosi quanto
diabolici terroristi, sembrano obbedire alla logica di progressivi ballon
d’essai per vedere fino a che
punto ci si può spingere nella vessazione e nella provocazione esasperata,
senza che noi sudditi
siamo spinti a reagire direttamente, addestrandoci allo stesso tempo a
sopravvivere
“responsabilmente” nelle situazioni crisi. Dato però che la passività
assoluta non è auspicabile per il
potere, perché la mancanza di qualunque reazione non gli segnala più le
linee di frattura potenzial-
mente pericolose, la creazione di queste situazioni provocatorie è utile
anche a far emergere moti di
rispettosa doglianza, che possono spingersi fino alla forma di conflitti
addomesticati, mimati per
procura da appositi specialisti autoselezionatisi fra coloro che accettano
di recitare la parte di
“cittadini” della democrazia spettacolare.
Cessare di sprecare le proprie energie nelle vacue diatribe senza effetto a
proposito delle de-
risorie similscelte che quest’ultima propone, abbandonandone il soliloquio a
più voci ai suoi mestie-
ranti; smettere di rincorrere, per timore di perdere delle occasioni, gli
“eventi” sostanzialmente
mass-mediatici che essa instancabilmente allestisce per occupare in anticipo
il tempo e lo spazio da
cui potrebbe sorgere l’inatteso (sarebbero mai nati il Sessantotto o il
Settantasette se si fosse prov-
veduto a concentrare in anticipo ogni attenzione su qualche “epocale”
kermesse di questo genere?):
strapparvi un ruolo di comprimari non può che ribadire la propria incapacità
di creare eventi reali;
evitare di andarsi a cacciare, caricando a testa bassa, in tutti i
trabocchetti dei ruoli che essa prescri-
ve: sono solo alcune delle precondizioni minime per cercare con qualche
lucidità una via d’uscita
che oggi appare più lontana e più difficile che mai, sospesa com’è alla
lenta riconquista e reinven-
zione di una autonomia a trecentosessanta gradi da tutte le principali
usanze e credenze di questa
società.

Congrega dei caparbi




N.B: Nel mese di settembre si terrà un incontro di discussione, chi fosse
interessato può rivolgersi al seguente indirizzo
e-mail: razno@virgilio.it


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