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{Info on A-Infos}
(ca) Sobre Nikos Maziotis (it)
From
"Zorry Kid" <zorrykid@hotmail.com>
Date
Thu, 4 Jan 2001 13:37:24 -0500 (EST)
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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
http://www.ainfos.ca/
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LOTTA CON OGNI MEZZO SOLIDARIETÀ SENZA CONFINI
Una lettera aperta da Nikos Maziotis
Il giorno 8 gennaio del 2001 sarò di nuovo processato dalla corte
;appello per il tentativo di far esplodere una bomba contro il
ministero dell'Industria e dello Sviluppo, un'azione da me messa
in atto il 6.12.97, al fine di esprimere la mia solidarietà con la
popolazione dei villaggi della baia di Strimonikòs che in quel periodo
resisteva all’installazione di impianti per la lavorazione
dell'oro da parte della multinazionale TVX Gold e contro
'attacco repressivo dello stato. L';appello, che comincerà
l’8 gennaio, non è una semplice ripetizione del processo.
È una battaglia politica di importanza pari a quella processo di primo
grado, nel luglio del ’99, che divenne parte integrale della lotta
antistatalista ed anticapitalistica.
Il processo del luglio ’99 si tenne sotto le pressioni che il
governo
USA faceva su quello greco affinché schiacciasse il «terrorismo» ed
approvasse una legge «antiterrorismo», cosa che ci si aspetta a breve
termine.
La mia condanna a 15 anni di prigione è stata una decisione politica
imposta, presa sotto il carico di quella pressione, e come tale è stata
decretata da un funzionario americano.
Quella condanna mirava a condannare le lotte sociali, gli anarchici e la
loro solidarietà con le lotte sociali, la solidarietà tra coloro che
resistono; a condannare gli abitanti dei villaggi di Strimonikòs, la
rivolta
contro la stato ed il capitale, tutti quelli che resistono contro
l’attuale ordine politico e sociale che regna sul mondo.
Ma il processo del luglio ’99, nel modo in cui è stato condotto da
parte nostra, è divenuto una condanna per lo stato ed il capitale, una
condanna dei loro crimini ed un sostegno alla tradizione anarchica
insurrezionale delle lotte degli ultimi dieci anni in Grecia, un appello
senza compromessi alla lotta contro lo stato ed il capitale in tutto il
mondo.
In questa battaglia politica non ero solo. C’erano anche compagni
che
in passato erano stati accusati ed imprigionati per casi analoghi,
compagni
con i quali ho condiviso molti momenti e situazioni di lotta, durante
delle
dimostrazioni, occupazioni, durante la rivolta del Politecnico nel
’95
e nei movimenti di solidarietà, come in quello per la lotta nei villaggi
di
Strimonikòs.
C’erano compagni dall’estero, dall’Italia e dalla
Francia,
che sono venuti al processo per esprimere la loro solidarietà, ed anche
messaggi di solidarietà mandati o letti in aula, come quello per i tre
rivoluzionari di Action Directe imprigionati ed altri messaggi da parte
di
gruppi anarchici.
La dimensione della solidarietà internazionale espressa durante quel
processo è stata di grande valore ed importanza ed ha provato che la
lotta
contro lo stato, il capitale ed il Nuovo Ordine è diffusa in tutto il
mondo.
Il significato politico e sociale del processo d’appello
dell’otto gennaio è comprensibile. Per gli uomini dello stato è la
seconda opportunità per esercitare il loro potere di repressione, cosa
che
sanno fare molto bene.
L’opportunità di mettere di nuovo sotto processo non solo me, ma,
tramite me, la lotta degli abitanti di Strimonikòs, la solidarietà con
la
loro lotta, la resistenza contro i progetti di distruzione del
territorio e
delle sue fonti di ricchezza, la resistenza contro la modernizzazione e
le
direttive di sviluppo delle multinazionali, gli anarchici e tutti coloro
i
quali resistono allo stato ed al capitale.
Con questo processo condannano le lotte sociali in generale e la
solidarietà
degli anarchici con queste. Ogni processo, come il mio e quelli di altri
compagni, come i processi agli studenti per i blocchi stradali o agli
abitanti di Strimonikòs processati per la loro resistenza, è un chiaro
avvertimento terroristico che lo stato manda alla società nel suo
complesso,
che qualcuno lo recepisca oppure no.
Quando condannano ed imprigionano qualcun altro è come se stessero
condannando ed imprigionando noi. Quando minacciano di giustiziare la
Pantera Nera Mumia Abu Jamal, è come se stessero minacciando di
giustiziare
noi. Quando sparano ai senzaterra in Brasile, è come se sparassero a
noi.
Quando bombardano la gente come in Iraq ed in Jugoslavia, è come se
bombardassero noi. Quando torturano qualcuno dentro una caserma di
polizia,
è come se torturassero noi. Quando dei combattenti muoiono bruciati
nelle
prigioni e nelle celle d’isolamento, come in Turchia, in Spagna o
in
Perù, è come se morissimo noi.
Per noi il processo è una possibilità per affermare ancora una volta che
loro, lo stato, il capitale, i giudici, sono i veri terroristi, i veri
criminali. Di affermare che le lotte e la rivolta contro il loro regime,
in
tutto il mondo, sono cose giuste, che la solidarietà non è una parola
vuota
bensì la nostra stessa lotta.
La solidarietà non è «selettiva», né sottostà a criteri personali o a
divisioni ideologiche, ma è incondizionata per tutti coloro i quali
combattono dovunque e con ogni mezzo contro l’esistente ordine
sociale
e politico.
Perché le lotte degli altri che sono lontani da noi sono anche le nostre
lotte, e le nostre lotte sono le loro.
Perché la solidarietà, verso chiunque sia espressa, siano lavoratori in
sciopero, siano occupanti, coltivatori, studenti o verso prigionieri
politici e «terroristi» o verso detenuti «comuni», è una e indivisibile.
La solidarietà riguarda ognuno poiché la repressione dello stato
riguarda
ognuno.
E la legge «antiterrorismo» che sarà approvata tra poco, riguarda quelli
che
lottano, gli anarchici, ma anche l’intera società e tutti quelli
che
resistono.
Lo stato sceglie dei criteri, secondo i quali alcune persone vengono
definite «terroristi», come hanno fatto ad esempio con gli abitanti di
Strimonikòs dopo gli scontri del 9 novembre ’97, quando lo stato e
la
polizia reagirono imponendo nella zona la legge marziale.
La legge «antiterrorismo» è un’esplicita forma di dittatura dello
stato e dei servizi di sicurezza.
Non solo i nemici dichiarati dello stato saranno chiamati terroristi, ma
anche le lotta sociali e le dimostrazioni che oltrepassano i limiti
delle
loro leggi e del loro controllo. Saranno chiamati terroristi anche
coloro
che solidarizzano con i «terroristi» e con le lotte sociali.
Il Capitalismo e il Potere uccidono in molti modi.
Uno è quello dei crimini sul lavoro, chiamati «incidenti», come la morte
dei
dodici lavoratori della Petrola - una compagnia petrolifera - nel
’92,
come la morte di due lavoratori edili nel crollo del ponte
dell’Attiki
Road in Paiania, come le decine di persone seppellite nelle fabbriche e
negli altri edifici crollati con il terremoto, quelle annegate, come le
ottanta persone morte a Paros o come i marinai della motonave «Dystos»,
o
nei quotidiani «incidenti di lavoro» durante i lavori di costruzione e
nei
bacini di raddobbo di Perama.
Il capitalismo ci avvelena, come la multinazionale australiana
dell’oro Esmeralda nella Romania nord-occidentale, dove la
tracimazione di un serbatoio di rifiuti tossici ha inquinato il Tisza e
il
Danubio, o come i progetti della TVX Gold per distruggere la Baia di
Strimonikòs inquinandola permanentemente, o come i progetti della
Petrolas
per espandere i propri stabilimenti a Thriasio.
Il capitalismo uccide, come la Union Carbide, che ha ammazzato migliaia
di
persone a Bhopal, in India, con la fuoriuscita di sostanze tossiche
nell’84, come gli «incidenti» nucleari di Three Miles Island,
negli
USA, e di Chernobyl, che continua ad uccidere ed avvelenare gente, o
come la
multinazionale Shell che con l’aiuto del governo nigeriano
espropria
con la violenza la terra agli indigeni per estrarne il petrolio.
Non esistono incidenti nella civilizzazione tecnologica in cui viviamo.
Ci
sono soltanto crimini, dove gli stati e le grandi compagnie trattano le
persone alla stregua di «carburante» per il loro profitto ed il loro
potere.
Il potere uccide quando i proiettili degli assassini di stato uccidono
degli
immigranti o dei cittadini, quando uccidono dei combattenti.
Il potere fa terrorismo criminalizzando le lotte sociali, quando attacca
le
manifestazioni, quando imprigiona dei combattenti e quando emana leggi
«antiterrorismo», quando mette in prigione centinaia di immigranti.
Il loro «sviluppo», la loro «democrazia», per noi significano solo
sfruttamento, guerra, repressione, morte e devastazione della terra. Per
gli
uomini di stato ed i capitalisti ciò che importa sono potere e profitto,
non
la vita umana.
Per noi ciò che importa sono la libertà e la dignità della vita umana. È
per
questo che siamo rivoluzionari.
Eventi insurrezionali come quelli di Seattle, Atene, Praga e Nizza,
indicano
la globalizzazione della resistenza contro il neoliberismo ed il Nuovo
Ordine Mondiale.
Oggi, le forze che sostengono la sovversione, non devono confrontarsi
solo
con le nuove forme del dominio, il neoliberismo ed il Nuovo Ordine
Mondiale,
ma anche, all’«interno» del movimento di sinistra, con i
sindacalisti
ed i residui riformisti del «Vecchio Mondo» e del «Vecchio Ordine», che
si
battono ad oltranza per la conservazione e la magnificazione della
situazione sociale e politica esistente, per la salvaguardia dello stato
nazionale e del capitalismo nazionale.
Il neoliberismo ed il suo avversario, il protezionismo di stato, sono
due
facce della stessa medaglia, proprio come era per l’occidente
capitalista e l’oriente burocratico, qualcosa che ha afflitto il
vecchio movimento rivoluzionario e, in una qualche misura, lo ha ridotto
a
strumento dell’impero sovietico, ai tempi dell’ordine
mondiale
bipolare.
La sovversione del capitalismo passa tanto per il rifiuto dello stato
nazionale e della sovversione dei meccanismi dello Stato gerarchico,
quanto
per la resistenza contro le nuove forme di dominio, le strutture del
Nuovo
Ordine transatlantico, internazionale e transnazionale.
Il collasso dei regimi di un socialismo non realizzato e la
disintegrazione
della sinistra tradizionale hanno aperto la strada a nuove possibilità
per
il movimento anticapitalista.
Per noi non solo non è la fine della storia, ma ne è appena
l’inizio…
Nikos Maziotis
20 dicembre 2000
Prigione di Koridallos, Atene
P.S. di Z.K.: la dichiarazione al processo del luglio 99 è disponibile
stampata. Chi ne volesse copie la può richiedere a me.
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