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(it) Arringa accusa e richiesta condanne Processo Marini + impressioni

From tactical@tmcrew.org
Date Fri, 25 Feb 2000 20:02:26 -0500


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      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
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Si è aperta stamane (giovedi' 17 febbraio 2000) la fase finale del processo
Marini: queste prime due giornate sono riservate all'arringa dell'accusa,
quindi al pm Antonio Marini. 

Durante questa udienza, protrattasi sino alle 14, Marini ha
illustrato in termini generali le fondamenta della sua accusa, basata sui
reati associativi di 'banda armata' e 'associazione sovversiva', prima
dipingendo a tinte fosche vari eventi -tra i quali molti estranei al
procedimento in corso- che hanno visto protagonisti anarchici o presunti
tali, cercando quindi di impressionare una giuria stremata, quindi
dimostrando la validità della formulazione delle accuse, operazione per lui
fondamentale in quanto tecnicamente labili.

Senza mai rinunciare a una spiccata vena istrionica (toni della voce ora
sussurranti, ora ammiccanti, quindi stentorei, indignati, esaltati), ha
cercato di dimostrare il carattere prettamente criminale della fantomatica
organizzazione, benchè fortemente politicizzata; a questo proposito, dopo
aver abbondantemente insistito sull'episodio del sequestro Silocchi
aggiungendovi anche altri due sequestri di persona, ha ripetutamente tirato
in ballo un documento prodotto da Pippo Stasi e Gregorian Garagin durante la
loro detenzione (ricordiamo che Garagin è tuttora in carcere con condanna
definitiva per il sequestro Silocchi) nel quale annunciavano l'esistenza di
un'organizzazione anarchica chiamata ARC, sigla peraltro mai apparsa né
prima né dopo, e le polemiche a riguardo culminate in alcuni articoli
apparsi su 'Cane Nero'. Marini, che ha definito queste delle 'false
scissioni tra linea morbida e linea dura' ha proseguito dicendo che questa
non sarebbe stata altro che una tattica della stessa organizzazione per
eludere l'evidenza, cioè il fatto che esistesse una banda armata organizzata
su due livelli, uno palese e uno clandestino. A questo proposito ha citato
anche alcuni imputati inserendoli di volta in volta nelle due categorie.

Citando le supposte attività criminose dell'organizzazione Marini ha
elencato diversi eventi, tra i quali l'arresto e la condanna di Patrizia
Cadeddu in merito all'attentato del 25 aprile a Palazzo Marino a Milano, la
recente condanna di Silvano Pelissero a Torino (ha anche lamentato come lui
stesso avesse chiesto il rinvio a giudizio di Edoardo Massari, rinvio che
gli fu negato), la rapina in Spagna, l'autobomba al Prenestino, la rapina ad
una gioielleria a Pescara e quelle in Trentino.

Naturalmente ha nuovamente smentito le accuse di aver intentato un processo
contro gli anarchici (a questo proposito ha ricordato la differenza con la
FAI, anarchici da lui definiti pacifisti e non violenti), ribadendo il
naturale corso della Giustizia verso semplici criminali in combutta con
anarchici insurrezionalisti dichiaratamente avversi allo Stato.

Marini ha cercato di superare l'ostacolo (giuridicamente obbligatorio per il
riconoscimento dei capi d'accusa dei reati associativi) della mancanza di
organigramma, sigla e programma della supposta banda armata anarchica in
diversi punti.
Prima ha citato il famoso documento di Alfredo Bonanno estratto
dall'opuscolo "Nuove svolte del capitalismo" nel quale si parla di nuclei
d'affinità informali secondo la sua interpretazione sinonimo di cellule
clandestine (a questo proposito a più volte citato anche la deposizione in
aula di Bonanno nella quale l'imputato dichiarava che un gruppo, un nucleo
d'affinità  può essere costituito anche da una sola persona, dando a questa
affermazione un accezione derisoria in quanto secondo lui si tratterebbe di
en semplice escamotage per evitare di citare direttamente strutture
clandestine).
Quindi ha parlato della divisione degli imputati nei due livelli a seconda
delle accuse  e condanne presenti e passate, infine ha confusamente cercato
di spiegare l'assenza di una sigla vera e propria (lui stesso citando vari
reati attribuitici ha dovuto menzionare varie sigle, ognuna diversa) dicendo
che appunto data la eterogeneità della formazione della struttura
clandestina ogni gruppo avrebbe nel particolare cercato di evidenziare la
propria attività con nomi diversi.

Marini ha infine difeso in termini indignati i suoi collaboratori dell'Arma
e del ROS in merito al documento - da lui definito falso - venuto alla luce
durante il processo e dichiarandolo un'ulteriore prova della persistente
attività criminosa della banda sul livello 'palese'.

Non insisteremo in questo report nell'elencare le infinite -chiaramente
volute al fine di sommergere i giurati con descrizioni altamente emotive di
fatti sanguinosi - inesattezze, invenzioni e scorrettezze di cui è stato
capace.

Per quanto riguarda i tempi, appare chiaro come due giornate per l'accusa
non saranno certo sufficienti a Marini per espletare tutta la sua arte
oratoria (non dimentichiamo che la semplice esposizione delle richieste di
condanna per quasi 60 imputati, uno per uno, porterà via probabilmente una
giornata intera), quindi avrà o chiederà come minimo un'altra giornata, per
cui il calendario previsto potrebbe mutare (inizialmente doveva essere 17 e
18 requisitoria dell'accusa, 21 e 22 la difesa e il 23 la corte si ritira).

L'udienza proseguirà quindi domani alle 9 nell'aula bunke del Foro Italico
di Roma.


pasica

Stamane venerdì 18 febbraio è proseguita la fase finale del processo Marini
con la seconda giornata riservata all'arringa finale del pm Marini.
Marini ha continuato il discorso di ieri riprendendo fondamentalmente la
deposizione in aula di Alfredo Bonanno e la 'confessione' di Mojdeh
Namsetchi, quindi si è concentrato sul ritrovamento del cosiddetto covo di
Roma di Via Colombo e sul 'gruppo romano'.

Intanto, cercando di dimostrare il carattere sovversivo e violento
dell'organizzazione, ha citato Alfredo Bonanno stralciando alcune sue
affermazioni a proposito di giudici e giurie definiti servi delle
istituzioni, quindi l'avversione verso carceri e carcerieri (da abbattere) e
ribadendo quindi l'atteggiamento violento di quello che secondo lui è
l'ispiratore - riferimento della banda, citando altri articoli di Bonanno e
il suo libro "La gioia armata", definito un invito a uccidere poliziotti e
magistrati, libro per il quale l'autore è stato condannato. Ha sottolineato
la necessità ideologica della banda di sviluppare coerentemente teoria e
pratica, motivo per il quale secondo lui tutti sono stati spinti ad atti
criminosi, perfino lo stesso capo arrestato nell'87 dopo una rapina a
Bergamo assieme a uno dei futuri fautori della cosiddetta 'linea dura' (così
ha cercato di dimostrare che sia stata tutta una mossa concordata).

Marini ha poi espresso nuovamente la tesi secondo a quale Bonanno si sarebbe
assunto, anche tramite la sua deposizione in aula, il compito di portare
avanti una tesi imbroglio, quella della linea morbida, rapportandola a
quella del documento letto durante le passate udienze in aula da Stasi e
Garagin. Ha proseguito, sempre leggendo brani della deposizione di Bonanno,
indicando come consequenziale e irridente alla tesi-imbroglio le
dichiarazioni dell'imputato favorevoli all'insurrezione di massa
contrapposta all'accusa di banda armata, citando anche un articolo di
Anarchismo critico su tali pratiche di BR etc.

Secondo l'accusa gli imputati anarchici non si definiscono certo né
sindacalisti, come lo stesso B. scrive, nè preoccupati di trovar lavoro alla
gente (è seguita qui una teatrale digressione sugli imputati di cui non si
conoscono le occupazioni, le fonti di reddito ... "non sappiamo cosa fanno,
come vivono, dove prendono i soldi...") il cui 
scopo è attaccare lo Stato in senso insurrezionale e violento.

Marini con grande capacità teatrale ha cercato di colpire l'attenzione
dicendo cose tipo " certo, il Bonanno, questa gente attacca alle spalle,
attacca la gente inerme, abbatte gli individui nella notte, seppellisce
donne e bambini..." (riferendosi a diversi sequestri di persona a parer suo
operati dall'organizzazione) e ha proseguito evocando gli anni di piombo e
le relazioni della Commissione Stragi lamentandosi di essere rimasto solo
anon indietreggiare dinanzi al terrorismo, si è appellato ai giudici, ha
lamentato la mancanza di tempo sufficiente a illustrare dettagliatamente la
personalità e la pericolosità degli imputati che, per la maggior parte, si
sono rifiutati di rilasciare dichiarazioni o di rispondere alle sue domande
volte a dialogare per sapere, capire, in nome della Giustizia.

Ha detto che è sufficiente dimostrare che il Bonanno è l'ispiratore, non il
capo della banda o delle bande o dei gruppi sparsi per tutta l'Italia per
dimostrare la fondatezza dei capi d'accusa, e ne sottolinea la disponibilità
ad accettare il contraddittorio in aula col quale l'imputato avrebbe dato
mostra della pericolosità delle sue tesi.

Quindi è passato alle deposizioni rese dalla 'pentita' Mojdeh Namsetchi,
sulle quali non si basa, a suo modo di vedere, l'attuale processo, ma
evocando la sua credibilità stabilita dalla Corte che l'ha giudicata
(Trento, le rapine). Questa tecnica di far parlare le varie corti che hanno
giudicato in passato gli attuali imputati o degli anarchici ricorrerà in
tutta questa udienza. Marini dirà: non lo dico io, non li accuso io ma le
sentenze indiscutibili di tale e talaltra Corte.
Comunque ribadisce la credibilità accertata dalla C. di Trento sulle
dichiarazioni della Namsetchi: riscontri precisi, dichiarazioni confutate,
confessione e pentimento spontaneo sincero e disinteressato. Dice che la
credibilità confermata da quella Corte è stata la base dell'attuale
processo, "il battesimo dell'attuale dibattimento"

Ha ripetuto che il suo non è un processo contro le idee anarchiche, che
rispetta le leggi che garantiscono anche ai nemici dello Stato di
esprimersi, che gli anarchici hanno piena libertà di parola e espressione
alla quale si dovrebbero però limitare come fanno gli anarchici della FAI e
che quelli di cui s'è macchiata la banda sono crimini sanguinosi e
perciolosi operati assieme a criminali comuni. Questa banda parla sì di
insurrezione, ma ne parla pericolosamente. Si lamenta perciò di essere stato
chiamato ipocrita e di essere accusato di aver costruito un teorema
giudiziario.

Ha illustrato la difficoltà di illustrare le attività della banda non
riuscendo ad individuare tutti i gruppi e gruppetti sparsi (tuttora) su
tutto il territorio nazionale, caratteristica che ne acuisce la
pericolosità. Tira in ballo come parallelo la mafia e Falcone mettendone in
parallelo la diffusione capillare e quindi la difficoltà d'individuazione.

Ha poi letto brani della sua richiesta di rinvio a giudizio per legare le
sue tesi ai fatti riferiti dalla Namsetchi: che le rapine servivano a vivere
ma che una parte del bottino veniva messa da parte per l'organizzazione, che
le armi erano indispensabili per la banda e che le aveva comperate al
mercato calndestino estero essendo quelle ritrovate in Via C.Colombo a Roma
armi da guerra, che l'attività di proselitismo e arruolamento, la cui fucina
sono i Centri Sociali doveva necessariamente proiettarsi in azioni pratiche
anche se non c'erano bisogni materiali (cita il fatto che secondo gli atti
ad es. la pistola con cui Bonanno avrebbe rapinato la gioielleria di Bg
sarebbe stata pagata 1milione  emezzo, fatto questo che indica secondo lui
la presenza di motivi più ideologici che pratici nell'atto), e quindi la
strutturazione dell'organizzazione in due livelli, quello palese e quello
clandestino. Ha ricordato come anche le BR si servissero di persone definite
'insospettabili' per conservare e custodire le armi, fatto questo che ha
permesso la scoperta di un solo arsenale di armi ("certamente ve ne sono
altri").

Si è poi concentrato sugli imputati accusati di far parte del 'gruppo
romano' che avrebbe avuto la disponibilità della cantina, che avrebbero
compiuto svariati sequestri di persona (Berardinelli, Perrini, Megni,
Silocchi, Ricca), e che in seguito al fallimento di uno di questi (sequestro
Berardinelli), risoltosi  con l'uccisione di due dei rapitori, avrebbe
deciso di compiere un attentato con autobomba a Roma contro la polizia,
episodio nel quale morì De Blasi. Parla di legami con la criminalità
organizzata sarda e con criminali comuni (la famiglia Sforza, collaboratori
di giustizia). Parla anche a lungo dell'arsenale trovato a Roma nella
suddetta cantina e di come gli esplosivi trovati siano risultati compatibili
con quelli usati per un fallito attentato alla Questura di Milano.

Ha definito gli imputati anche subdoli, e imbroglioni, accennando alla
falsificazione dei biglietti del treno e alle dichiarazioni di Garagin che
durante il primo grado del processo di Bologna per il sequestro Silocchi
aveva enunciato il proprio dissenso verso azioni come i sequestri di persona
e definendosi pacifista.

L'udienza si è conclusa attorno alle 13.30. Come si prevedeva, per la
prolissità del pm, i tempi slitteranno: Marini parlerà anche lunedì 21
febbraio, la difesa il 22 e il 23, quindi ci sarà un'udienza straordinaria
sabato prossimo 25 febbraio.

Ricordiamo come ogni informazione rispetto a vari eventi sopracitati possono
essere trovati nella sez. CDA del nostro sito.

pasica


Aggiornamento processo Marini - martedì 22 febbraio

Nonostante il proposito manifestato ieri, anche oggi Marini ha parlato di
episodi specifici. Ma non sono certo mancate le... sorprese.

Intanto l’elenco delle rapine fatte dal ‘gruppo operativo’ attorno alle
quali ha collocato le posizioni di diverse persone indagate: della rapina di
Pescara già si è detto e almeno noi non ci ripeteremo. Diremo solo che
secondo Marini è collegata a molte delle altre dalle testimonianze degli
Sforza e della Namsetchi nonché dal modus operandi: stesse armi, almeno una
persona travestita da finanziere, manette e nastro per immobilizzare i
rapinati; gioielleria Giansanti di Roma, ditta Fast Cargo di Roma,
oreficeria Danieli di Milano, quindi la Banca Nazionale dell’Agricoltura di
Roma (m.op. diverso, complicità di una guardia giurata) e a parte le due
rapine di Serravalle (Tn).

Tra rapinatori, basisti, organizzatori, logistici, ricettatori etc. sono
stati citati a vario titolo (dai collaboratori di giustizia o tramite gli
atti di altri procedimenti): De Blasi, Campo, Scrocco, barcia, Lo Vecchio,
Lo Forte, Ruberto, Porcu, Fantazzini, Tesseri, Sassosi, Gizzo, Mantelli,
Nano, Liborio, Marotta, Weir, Riccobono, Bonanno, Moreale, Di Fazio, Forte,
Stratigopulos, Tzioutzia, Budini.

Naturalmente anche qui il pm non ha mancato (in maniera plateale come al
solito) di ricordare il sequestro Silocchi e anche quello Perrini (fucile a
canne mozze usato nella foto spedita ai famigliari e ritrovato nella cantina
di Via C.Colombo) e di citare Garagin oltre ai ‘sardi’ F.Porcu, Goddi
chiamati in causa nei suddetti procedimenti dall’altro collaboratore Mele.

Poi, c’è stata una pausa doverosa in quanto nella sua foga lievemente
alterata Marini, cercando di dimostrare un altro elemento anomalo di questa
banda, ha detto che l’impiego di donne durante delle rapine è non solo
tipico, ma esclusivo dei gruppi terroristici: a questo punto persino il
Presidente della Corte l’ha interrotto ed è seguito un breve ma acceso
battibecco indispensabile per sedare le psichedelie del pm. A udienza
ripresa il Presidente ha dovuto ricordare a uno scornatissimo pm come gli
fosse concesso dal codice di moderare gli interventi.

Marini ha ripreso annunciando di voler passare ai reati associativi. Anche
in questo caso, programma assolutamente non mantenuto. Ha infatti parlato
dell’attentato avvenuto nell’88 (archiviato dalla Procura di Milano e da
Marini riaperto) alla questura di via Fatebenefratelli di Milano: un
autobomba. Partendo dalle parentele francesi di Garagin e dal nome di
Condrò, sempre fatto da uno degli Sforza, e col solo sostegno oggettivo del
furto delle auto avvenuto a Roma e quello incredibile di un pacchetto di
fiammiferi francesi ha cercato di dimostrare come questa autobomba fosse
stata preparata appunto dai succitati, esibendo prove di viaggi all’estero
("... cosa andavano a fare all’estero? Ce lo hanno fatto vedere Barcia e
Pontolillo in Spagna, cosa andavano a fare..."), la concomitanza di bombole
di gas dello stesso tipo vendute a Latina: insomma: l’autobomba fu preparata
dagli appartenenti al ‘gruppo romano’.

Parlando a ruota libera e tra lo sgomento degli affaticati spettatori (come
al solito quasi solo imputati oltre ai 6 distrutti giurati popolari) ha
citato, non si sa a quale titolo, anche altri attentati avvenuti in Francia
ad opera del Fronte di Liberazione Armeno (Garagin è armeno).

Quindi ha prodotto un volantino di rivendicazione dello stesso attentato
(uno dei tanti) arrivato circa 3 mesi dopo all’Ansa, in cui
un’organizzazione siglata MRA rivendicava l’attentato in concomitanza con
l’arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani per il delitto Calabresi.

In questo frangente numerosi sono stati i moti personali di indignazione
sentendo il nostro affabulante pm ricordare la figura del poco compianto
commissario come "quella brava persona", ovviamente facendo solo accenno al
personaggio principale della vicenda parlando della "morte di Pinelli". Ha
cercato di illustrare i contenuti del volantino in questione come tipici di
una certa frangia anarchica, interpretando poi la sigla come Movimento
Rivoluzionario Anarchico. Tutto questo citando le dichiarazioni
dell’indagante Pagliccia dei ROS, che ha anche illustrato i legami
intercorrenti tra molti dei personaggi citati nell’elenco sopra con
corrispondenza sequestrata durante varie perquisizioni.

Si è poi lanciato in una difesa dalle accuse di aver fabbricato un teorema
anti anarchico spiegando che i CC hanno iniziato ad indagare dopo l’arresto
dei rapinatori a Trento quando non poterono non notare la mobilitazione soto
forma di pubblicazioni, dossier e presenza alle udienze processuali
("...quindi ci rendemmo conto di non avere di fronte una semplice banda di
rapinatori").

E’inutile ricordare tutte le innumerevoli, irritanti ripetizioni dell’accusa
che non sono mancate anche oggi e che hanno portato via ore, tra silenzi ad
effetto, urla e mani al cielo e invocazioni all’Onnipotente: le mani sporche
di sangue, il pericolo per la gente onesta, la scelleratezza degli Stati
stranieri protettori dei latitanti che non si riescono a estradare in
Italia, i seppellitori di bambini, i sequestratori di povere donne, i
massacratori delle autobombe, i terroristi che si nascondono dietro le
sigle, i rapinatori imbroglioni che si vestono da finanzieri, eccetera.

Anche oggi Marini non solo non ha concluso, ma non ha affrontato la parte
-per quanto meno gravosa dal punto di vista penale rispetto a questi
episodi- più interessante per questi e (se questo metodo passa) futuri
indagati: cioè quella relativa agli imputati dei soli reati associativi.

Marini ha promesso che se ne occuperà domani e che domani concluderà.

Le giornate a sua disposizione erano giovedì e venerdì scorso. Si è preso
non solo il giorno dedicato alle parti civili, ma anche i due della difesa.
Il Presidente oggi non è stato in grado di fornire un calendario delle
prossime udienze al di là di domani.
C’è chi parla addirittura di udienze fino ad aprile.

In aula si è sentito ironicamente qualcuno dirsi pronto a confessare
qualsiasi cosa purché questa barbarie interminabile abbia fine.

Report in diretta radio nella zona di To su radio Black Out 105.250 tel.
011-58.06.888 dalle ore 14.

a domani




Aggiornamento processo Marini - mercoledì 23 febbraio

La requisitoria dell’accusa è finalmente terminata e con essa abbiamo la
richiesta delle pene. Marini ha prima concluso la requisitoria parlando
dell’attentato a Milano, poi ha parlato delle attività generali
dell’organizzazione, della sua personalità politica, della pericolosità
delle idee anarchiche (di ‘questi anarchici’), quindi la lista delle pene
richieste.

La documentazione reperita nelle perquisizioni dimostra, secondo l’accusa,
come fosse intenzione dell’organizzazione compiere attentati: l’esempio
lampante è il ritrovamento in numerose copie del "Manuale dell’anarchico
esplosivista", della cui introduzione è stata data ampia lettura ("...la
distruzione è in cima ai pensieri degli anarchici...") A completare il
quadro della trama eversiva spicca la falsificazione della casa editrice e
del luogo di stampa (inesistenti), elemento comune a molti degli altri
reperti sequestrati in cui si ravvisa la virulenza sovversiva (i manifesti
contro Marini in tutta Italia, quelli contro Vigna, il dossier sul processo
di Trento...). Inoltre ricorda altro materiale sequestrato

Marini descrive anche -a dimostrazione della pericolosità evolutiva del
pensiero anarchico di questa banda - le polemiche e gli attacchi alla FAI,
brani della deposizione di A. Bonanno ("...noi non vogliamo cambiare lo
Stato, lo vogliamo abbattere..." come riassume Marini). Continua il p.m.
dicendo che "queste persone non facevano chiacchere, noi abbiamo riscontrato
l’utilizzo delle indicazioni del suddetto manuale negli attentati alla
caserma dell’Aereonautica a Roma e alla caserma dell’Euroforce a Firenze,
rivendicati da lettere scritte a normografo e inviate a Radio Popolare come
è stato fatto a Milano per l’attentato a Palazzo Marini (e cita l’anarchica
Patrizia Cadeddu che è stata condannata a 5 anni e rotti per aver recapitato
la lettera).

Ricorda ancora la dichiarazione in aula letta da Stasi e Garagin in cui
annunciano di appartenere ad una organizzazione armata anarchica e poi si
lancia in un volo pindarico collegando ideologicamente gli imputati agli
altri estremisti da lui processati (processo del 7 aprile) che fanaticamente
interpretavano i sogni degli altri e intanto uccidevano (ricorda Guido
Rossa, il caso Moro). Lamenta il rifiuto ideologico di ‘questi anarchici’ ad
accettare il metodo democratico del dialogo, del sindacalismo, del sociale;
ricorda la stagione "che ci ha fatto piangere", quella degli anni ’70,
evocata a posta per recitare una retoricissima speranza affinché non vi
siano altri pronti "a recepire questi inviti di morte".

Poi si entra nel vivo, nel cuore del processo: Marini spiega come abbia
proceduto a elaborare l’inchiesta dividendo appunto gli imputati in due
blocchi, quello delle attività palesi apparentemente legali e quello delle
attività clandestine (naturalmente ha subito aggiunto che nessuno poteva
garantire che gli appartenenti al primo non avessero mai fatto nulla
attinente alle attività clandestine, anzi). Questo è il cuore
dell’inchiesta, del processo, perché l’accusa spiega in termini
evidentissimi cosa si intenda per attività sovversive, come si può essere
indagati per associazione sovversiva.

Inizia facendo il mea culpa per non aver insistito nel produrre prove per
indagare Silvano e Baleno ("forse ora non sarebbe finito così..."). No
comment.

Il teorema: associazione sovversiva, banda armata sono reati permanenti,
tuttora esistenti. Lamenta la scarcerazione degli arrestati per vizi
procedurali, altro elemento che a suo vedere concorre alla costante attuale
attività della banda, e comunque ha dichiarato che anche in carcere gli
imputati hanno continuato le loro attività sovversive, hanno evidenziato il
permanere del vincolo associativo: prova ne sia la vasta corrispondenza
intercorsa tra loro e i membri rimasti liberi (legge brani di varie lettere,
molte delle quali assolutamente inesistenti).

In questa banda non ci sono capi, non c’è bisogno di dimostrare l’esistenza
di capi, dirigenti, solo ispiratori, non ci si può far bloccare dalla
formulazione legale del codice penale. Di fatto ci si trova davanti una
progressione criminale: il gruppo inizialmente si delinea ideologicamente
attorno all’idea dell’abbattimento delle istituzioni (ass. sovversiva),
quindi si evolve eseguendo atti violenti volti per sovvertire l’ordine
costituito ("..anche contro di voi, signori giurati popolari!"), quindi si
arma per autofinanziarsi e compiere altri attentati (banda armata).

"Il gruppo è composto con il collaudato metodo composito della
compartimentazione secondo lo schema del doppio livello, uno palese e
apparentemente legale (rivolto alla propaganda, al proselitismo, i Centri
Sociali come terreno di reclutamento), l’altro occulto e illegale ("Senza
garanzie che gli appartenenti al primo livello non si calassero, come
abbiamo sentito dire in quest’aula in celebri processi negli anni ’70, il
passamontagna in faccia e andassero anche loro a  compiere rapine!").
Chiamiamola pure organizzaione informale: non cambia nulla. Chiamiamola
ORAI, abbiamo qui una lettera di minacce al povero medico del carcere di
Torino comunque. Chiamiamolo AR. Cosa cambia? Nulla. Basta organizzazione
anarchica. Non è la sigla che fa cambiare la sostanza, non ci barrichiamo
dietro gli equivoci. Se la sigla non esiste non cambia. Indipendentemente da
quel che si fa sussistono i  vincoli associativi."

Marini spiega che questa legge, creata apposta nel ’79, si basa sul concetto
di punibilità anticipata, lo stesso tipo di reato di ‘cospirazione
politica’. Articolo di legge - rivendica lui - nato non dal cosiddetto
codice fascista Rocco, ma dalla legislatura democratica.

Qui sta il succo di questa imputazione, di questo processo: ce lo ha detto
Marini stesso: BASTA IL PROPOSITO. Perché come anarchici, sempre usando le
sue parole, "non si può non far seguire le azioni alle idee"; e lo Stati non
può stare a guardare mentre dei violenti dichiarati attaccano o si preparano
a farlo le sue stesse strutture. Questa è l’unica cosa che uno Stato
democratico non può, non deve tollerare. Basta la PRESUNZIONE DI PERICOLO.

"Quello che vuole Bonanno e gli anarchici insurrezionalisti è questo, e non
è necessario che gli atti di violenza si manifestino, non devono
necessariamente assumere valenza di reato: basta l’atteggiamento politico"

Questo è quanto di più chiaro e sincero si sia sentito dire in un aula di
tribunale: secondo Marini non bisogna attendere che l’individuo si metta a
infrangere le leggi. Basta scrivere cose cone quei volantini da lui citati,
quei manifesti, quegli opuscoli perché sia chiaro che gli autori esplicitano
in maniera radicale - quindi inevitabilmente destinata a sfociare in atto
pratico e violento - il loro radicale contrasto col metodo costituzionale e
democratico. Basta aderire a simili tesi. Il reato di partecipazione ad una
associazione sovversiva non richiede un rapporto con tutti e con ogni
episodio: basta manifestare, anche senza aderire o esplicare alcuna attività
particolare.

Sono parole estremamente chiare e inequivocabili, non prive di una loro
logica: quella della Ragion di Stato. Tutto può ammettere lo Stato tranne
ciò che lo può abbattere.

La richiesta del Pubblico Ministero Marini, divisa in tre gruppi: gli
appartenenti alla banda armata, cioè coloro che avrebbero promosso,
costituito, organizzato e partecipato alla banda armata, senza divisioni tra
capi, dirigenti gregari etc. Il secondo, gli imputati della partecipazione
ad associazione sovversiva. Il terzo, imputati marginali accusati di reati
specifici (furto, ricettazione e simili, reati estranei alla sfera politica).
NB: per motivi di tempo non compaiono, nel primo gruppo, i reati dei quali
sono accusati per i singoli episodi riconducibili alle attività della
‘banda’, quindi rapine, omicidi, etc.
Facciamo solo notare che le richieste di ergastolo sono relative al reato di
strage (sarebbe quella inesistente, cioè l’esplosione sul Prenestino
dell’autobomba in cui trovò la morte l’anarchico De Blasi che la stava
preparando).
Gli appartenenti al secondo gruppo sono imputati del solo reato associativo.

Imputati del reato di banda armata:
ANDREOZZI  4,8 (4 anni e 8 mesi)
BERLEMMI 6
BONANNO 14
BUDINI 10
CAMENISCH 8
CAMPO ergastolo + 10 + 6 mesi di isolamento diurno
CORTEMILIA 4,8
FANTAZZINI 8
GIZZO 8
GARAGIN ergastolo + 30 + 1,6 mesi di isolamento diurno
GUGLIARA 4,8
LO FORTE 4,8
LO VECCHIO 30
MANTELLI 10
MONREALE 5
NAMSETCHI 2,6
NANO 10
PORCU F. ergastolo + 30 + 1,6 mesi di isolamento diurno
RICCOBONO 8
RUBERTO 30
SASSOSI 8
SCROCCO ergastolo + 30 + 1,6 mesi di isolamento diurno
SFORZA A. 18
SFORZA F. 3
SFORZA M. 3
STASI 10
STRATIGOPULOS 8
TESSERI 10
TZIOUTZIA 8
WEIR 8
per tutti l’aggravante di finalità di terrorismo


Partecipazione ad associazione sovversiva
ANZOINO 2,6
AVENALE 1,6
BENIAMINO 1,6
CAVALLERI 3
COSPITO 3
DE PASCALI 1,6
DI MARCA 1,6
FRISETTI 2,6
MASCHIETTO 1,6
PALAMARA 3,6
PORCU P. 3
RANERI 1,6
SCAPUZZO 1,6
SCOPPETTA 3
SFORZA R. 1,6
SGARAMELLA 1,6
per tutti l’aggravante di finalità di terrorismo


Imputati di reati specifici:
DI FAZIO 3
FALCO 4,8
FONTE 4
MAROTTA 3,6
MARTINO 4,6
PIO 8mesi
RICCI 3,6

Queste le richieste. Le prossime udienze che precedono la decisione della
Corte prevedono l’intervento della difesa (inizierà l’avvocato Calia) e
saranno il 4 e il 7 marzo 2000, sempre nell’aula bunker del Foro Italico di
Roma.

PASICA


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Impressioni personali sulla requisitoria dell’accusa al processo Marini
(qualche pagina a caldo)

In queste due prime giornate tre cose mi hanno particolarmente colpito
dell’arringa del nostro accusatore, il magistrato Antonio Marini e di cui
vorrei parlare: la prima è stata l’utilizzo delle rivendicazioni e delle
dichiarazioni, la seconda l’inquadramento del processo in termini di
pericolosità sociale, la terza l’uso strumentale e scorretto
dell’inserimento nel processo di crimini popolarmente aberranti quali i
sequestri di persona.
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Le rivendicazioni: Marini ha citato quella consegnata a Radio Popolare di
Milano dopo l’attentato del 25 aprile, rivendicazione per cui è stata
condannata ad oltre 5 anni l’anarchica Patrizia Cadeddu, del (sgomberato al
suo arresto) Laboratorio Anarchico di Milano. Una rivendicazione dai toni
infantilistici: "Non avete capito, vi avevamo mandato un messaggio ma voi..
Una risata vi seppellirà, noi qui noi là" eccetera eccetera firmato AR
(azione rivoluzionaria).
Sono sempre stato convinto dell’inutilità delle rivendicazioni, e questo nel
migliore dei casi, perché in altri si tratta solo di politicanti. Già negli
anni ’70 la maggior parte delle rivendicazioni che si leggevano mi lasciava
completamente indifferente: o riportavano magari con una breve scritta
murale la firma di sigle sconosciute o simboli -e allora la mia attenzione
andava all’oggetto del sabotaggio o dell’attentato e ai metodi usati- oppure
(come nel caso di organizzazioni come le Brigate Rosse) non leggevo che
poche righe di documenti prolissi e logorroici, stucchevoli qunto dogmatici,
incomprensibili e a volte arroganti persino verso gli stessi ‘proletari’ cui
erano teoricamente rivolti.
Penso sia un atteggiamento naturale: qualcuno o qualcosa che ritengo nocivo
o pericoloso per la mia libertà ha subito danni? Bene. C’è un rapporto
naturale tra l’atto, gli strumenti e i risultati conseguiti? Che sennò
possono sorgere altri dubbi: ad es. andare in 200 ad attaccare a mani nude
una caserma non mi convince, e nemmeno gli attentati celebri: per quanto
poco mi piacciano giudici e magistrati le autobombe di Falcone & C. non
possono che essere frutto di organizzazioni gerarchiche militaristiche e
affaristiche o politiche. Inoltre simili fatti inducono a pensare
l’individuo non aggregato che da soli non si può ne agire né reagire.
Proprio per questo motivo in molti casi ho apprezzato -perché esemplari di
un metodo che ritengo frutto dell’insorgenza individuale, magari poi
sviluppatasi collettivamente- azioni che hanno non solo fatto danni, ma che
hanno principalmente dimostrato come anche un singolo, senza alcun legame
strutturale e soprattutto senza mezzi e conoscenze specialistiche, possa
opporsi a uno stato di cose detestabile indicando luoghi, strumenti,
persone, situazioni da sabotare e colpire in termini quotidiani, sul proprio
territorio, in maniera riproducibile, evidente.
Colpire ad esempio una banca dati di un’anagrafe o di una società di
marketing (colpirla come hacker, colpirla derubandola degli strumenti,
distruggendoglieli) è cosa considerata ‘politicamente’ da poco (come alle
volte le azioni contro le multinazionali del cibo o dei laboratori di
ricerca), in realtà una simile azione indica, pensandoci bene, una fonte di
ingerenza enorme in ogni campo della nostra vita. Colpire una caserma è
azione evidente, anche se, come per il palazzo dove si pagano le tasse, vi
possono essere moventi diversi per farlo: sappiamo però che le
organizzazioni mafiose hanno metodi ben diversi, e così pure gli apparati
dello Stato che dovendo creare situazioni di tensione, mai hanno colpito i
propri gregari e collaboratori (meglio buttare le bombe nel mucchio di
passanti: Bologna, Brescia, Italicus, etc.), mentre colui che brucia un auto
della polizia può essere sia un anarchico che un cittadino qualunque vessato
dalle mazzette della stradale o dei vigili.
Allora c’è chi cerca la rivendicazione. Chi è stato? Perché se è stato il
compagno mi va bene, se è stato l’ambulante stroncato dalle multe poco mi
frega. Ecco, questo è il ragionamento che non mi ha mai sfiorato. E non mi
sfiora perché non è da quello che leggo o che mi dicono che stabilisco cosa
fare e come. Posso comunque trarne informazioni utili: quella tale ditta
fabbrica i gas che servono a turchi per gassare i kurdi? Buono a sapersi.
Hanno buttato una bomba in casa del proprietario uccidendogli tutta la
famiglia? E’una merdata. Si può anche esasperare il caso, ragionare per
assurdo: prendiamo gli estremisti di destra più seri, quelli rivoluzionari
che qui a Roma scrivono ‘contro il capitale’ e ‘contro l’imperialismo
yankee’ (si son pure pestati coi radicali per la guerra in Kossovo, loro
erano contro l’intervento Nato, i radicali a favore...). Se costoro
firmassero un attentato contro una banca o contro una caserma Nato o anche
solo contro Planet Hollywood, sarebbe un evento apprezzabile. Dopodiché a me
non interessa sapere chi l’ha fatto e perché. Sarebbe preoccupante perché
significherebbe un loro indiscutibile rafforzamento terico e pratico, ma se
lo facessero e non lo rivendicassero dovremmo accorgercene non solo da
quello. Ma la rivendicazione non mi riguarda perché già sono convinto se
quell’azione mi vada bene o meno. Quello che non mi va è il proselitismo,
condotto con qualsiasi metodo, la propaganda, il protagonismo di chi deve
trovare una sua dimensione agli occhi dell’opinione pubblica (e rende quindi
la propria lotta succube della struttura dei media, scavandosi la fossa in
partenza) o più semplicemente chi dice: state con me, datemi il potere,
vincerò e quando comanderò io tutto andrà meglio.
Mi serve sapere che la gente mi approva quando brucio un carcere o picchio
uno sbirro? Se mi serve sono un poveretto poco convinto delle proprie
teorie. Val più la semplice rabbia -foss’anche da mafioso, spacciatore,
tangentista o quant’altro- che la debolezza delle proprie idee. Se ho
bisogno di approvazione non c’è dubbio: sono un politicante: guardatemi! Io
sono la via, la verità, sono buono, ho subito ingiustizie, dovete
approvarmi, aiutarmi, capirmi, seguirmi.
Per me bisogna agire con tempi e mezzi propri. se si ha almeno il desiderio
e quindi la capacità progettuale di sapere cosa dovete fare PER SE STESSI.
La causa comune non esiste al di là della ricerca della libertà, e pensare
di dover instillare un simile desiderio in ogni individuo non è solo
sbagliato: è semplicemente impossibile (Questo è l’esatto contrario di quel
che vuole dimostrare Marini: l’indiivduo non esiste se non irregimentato,
più o meno rigidamente. Ci dev’essere un capo o un santone o un ideologo
eccetera. Questa è la pura merda. Essere condannato su basi simili mi dà più
fastidio che se mi condannassero per schiavitù)
E allora? Allora l’atto è sufficiente a dare indicazioni. Chi le saprà
leggere ne farà l’uso che vorrà. Non potrà esserci volantino
sufficientemente sovversivo ed anarchico a farmi giustificare una bomba in
un supermercato (come ha fatto l’Eta e l’Ira) o il sequestro di persona per
soldi come quelli di cui si accusano degli ‘anarchici’. A me non interessa
leggere nulla di nulla. E sugli episodi più contraddittori devo riuscire a
ragionare da solo con la mia testa, nessun foglietto mi aiuta, di certo non
ad accettare azioni riprovevoli. (Il ragionamento si potrebbe applicare
anche sulla questione della firma di articoli sui giornali anarchici, c’è
sempre chi chiede "chi l’ha scritto" perché sennò non riesce a capire se è
d’accordo...)
Quanto alle dichiarazioni di guerra da parte di gruppi o organizzazioni
ancorché anarchiche come quella fatta dall’aula bunker da Stasi e Garagin
non ho molto da dire: già non avrei e non ho nulla da dire a giudici e
magistrati, quanto a fargli dichiarazioni di guerra a nome di gruppi che non
si sono mai visti e sentiti né prima né dopo penso che come minimo
significhi dargli un vantaggio enorme (Marini ha continuamente cercato di
sfruttarla in senso emotivo sui giurati, dicendo appunto che questa è la
linea reale del gruppo, aldilà di ciò che secondo lui Bonanno ha voluto ‘far
credere’ nella sua deposizione, ed ha irriso qualsiasi evocazione di
anarchismo individualista. Comunque sentirne riparlare mi ha fatto solo
girare i coglioni: parlava di nulla cercando di spedirci in galera...); a
parte ciò, io non mi arruolo da nessuna parte, né in eserciti di liberazione
anarchici né zapatisti, né in federazioni di gente convinta che le cose
cambino solo parlandone né in movimenti di supergiovani che riescono solo a
ballare.
Chiudo perché mi accorgo di aver scritto abbastanza. Svilupperò gli altri
due punti un altro momento (anche se comunque mi rendo conto di aver toccato
diversi argomenti del terzo punto).
Concludo dando due esempi di eventi significativi che mi hanno colpito: tre
anni fa circa un operaio Fiat era stato arrestato per aver sabotato più
volte la catena di montaggio; di lui non si seppe più nulla ma l’evento
passò inosservato e mi dispiacque non essere intervenuto in qualche modo se
non altro nel diffondere la notizia. Un mese fa è comparsa la notizia che di
nuovo da qualche tempo le catene di montaggio della Fiat Mirafiori sono
oggetto di continui sabotaggi ed è stato richiesto l’intervento dei ROS.
Qualcun altro ne ha i coglioni pieni e sta reagendo. Mi sento più vicino a
costui che ai collezionisti di percing o ai similMarcos.
Il processo comunque sembra riguardare esclusivamente inquisitori e
inquisiti per quel che vedo, nonostante già dall’inizio si disse che questo
meccanismo che stavano cercando di introdurre era (è) pericoloso per tante
persone. Naturalmente trattandosi di anarchici ben pochi, anche all’interno
del ‘movimento’ inteso nel senso più divaricato possibile, ci ragionarono. E
ora ci troviamo ad assistere a inchieste come quella sui CARC che ricalca
fedelmente il modello Marini. E domani? Domani toccherà intanto agli
scampati di questo processo, poi magari agli Ultras, poi agli hackers, poi...
E molti pensano di esserne fuori comunque perché nulla hanno fatto, manco
parlare; per costoro arriverà presto il tempo in cui si accorgeranno che non
solo non devono manco parlare, ma devono DIRE quel che gli suggeriscono.
L’effetto peggiore che hanno questi eventi è di aumentare la rassegnazione
in coloro che sanno che così non va. E io a costoro non so proprio cosa dire.
Mario ‘Spesso’



Impressioni personali  a margine del processo Marini

Al di là di quella che sarà la decisione della Corte sull'accoglimento
delle richieste dell'accusa, e già presumendo gli argomenti che saranno
esposti dalla difesa, si possono già tirare delle conclusioni e azzardare
ipotesi su questo procedimento.

Marini ha chiesto pene basse per quelli accusati di associazione
sovversiva. Non è per caso: l'importante in questo procedimento è che il
metodo passi, che si possa ribadire oggi, nel Duemila, che è possibile,
doveroso, indispensabile perseguire, controllare e punire i sovversivi.
Già, i sovversivi. Coloro che vogliono sovvertire l'ordine costituito, non
ne vogliono un altro, non vogliono un adattamento al proprio stile di vita,
non ne propongono un altro alternativo, antagonista, con cui misurarsi, per
confrontarsi, non vogliono migliorare la società. E non si limitano a
sperare, a sognare, come ha brillantemente spiegato Marini. Qui siamo, come
minimo, un passo oltre alla sogli del desiderio "vorrei, sogno che, mi
piacerebbe che...". No. Qui si parla di gente, di persone che stanno
facendo qualcosa, forse di legale, forse di illegale, ma in una direzione
precisa. Forse lo fanno da soli e forse no, forse solo talvolta. Forse è
qualcosa di carattere violento e forse no. Ma come dice il nostro
accusatore, ci arriveranno, ci devono arrivare, non possono non arrivarci
almeno gli anarchici, perché gli anarchici non possono esimersi dal
tradurre in azioni le idee, i principi, i desideri. E quindi passano
all'azione, o si preparano a farlo, ad attaccare lo Stato, i suoi
servitori, le sue strutture. E se sappiamo questo, dice lui, sappiamo che
la Legge ci consente lo spiraglio di muoverci preventivamente. Dobbiamo farlo.

Quanto questo signore abbia capito (e quanto gli interessi capire) e quanto
giochi solo per mestiere non lo so. Ma ha ragione da vendere, non c'è
dubbio. E sennò, se neanche ci si prova, che facciamo? Continuiamo ad
adattarci, ad accontentarci di campare come possiamo, di farci il sangue
marcio per poco o nulla, di subire,  se continuiamo a lamentarci che tutto
va di merda fuorchè quel che ci possiamo permettere di comprare, se non
riusciamo a far nulla nel modo che ci piacerebbe, cosa campiamo a fare,
aspettando che qualcuno ci dica: "Ha un tumore" - "Eh già, e che altro
poteva succedere alla fine..." ?
E tutti gli 'altri'? Quelli che non sono, non sanno, non vogliono sapere
nulla di questo strano miscuglio di teorie anarchiche, come e quanto si
possono spiegare e giustificare i propri malesseri, la propria
sopravvivenza, la propria non-vita?

Lo dico: sono un anarchico. Credo nel metodo individuale, nella
responsabilità di ognuno verso le proprie scelte, credo che l'uomo non sia
solo un animale come gli altri, che debba essere addestrato, educato,
guidato, sorvegliato, represso, punito. Credo che si debba avere la
possibilità di cominciare, di ricominciare tutto da capo, di provare e di
sbagliare da soli, magari con l'aiuto degli altri ma scegliendo sempre se
usufruirne o no. Credo che la libertà di scegliere non voglia dire la
possibilità di ammazzare il primo che mi urta per strada, credo che questa
voglia mi venga ora, ora che sono in coda per pagare le bollette, ora che
sono incastrato nella mia auto per andare al mio posto di lavoro dove non
so cosa esattamente produco, che effetti ha, chi arricchisco, chi
impoverisco, a chi faccio bene e a chi faccio male. Credo che se non fossi
obbligato a stare qui ora in mezzo a un ingorgo a respirare smog e a
preparami il mio personale tumore e quello del bambino che mi cammina
accanto al marciapiede forse, probabilmente, forse, per dio, non avrei
voglia di ammazzare il primo che mi guarda storto, anche solo che mi guarda.
Forse non sono un anarchico, forse non lo so, magari di questa bestia
strana mai ho sentito parlare, ma mi girano le palle, sovente, tanto, e non
capisco perché.Non capisco perché anche se faccio tutto quello cui mi hanno
educato, insegnato, anche se non mi sono mai ficcato nei guai, anche sono
entrato nella vita sorridendo della mia casa, del mio partner, della mia
auto, dei miei figli, del mio conto, della mia forma fisica, perché diavolo
adesso non capisco perché mi girano le palle, mi fa male lo stomaco, perché
non dormo senza le pillole, perché non sopporto più i colleghi, perché non
trovo più bello chi mi dorme al fianco, non capisco perché vorrei cambiare
vita, e non capisco perché non mi esce il numero al superenalotto e mi
lascia mollare tutto e scappare con una ventina di miliardi. Non esce mai
questo numero di merda.
E se sto in questo modo che non riesco a capire, non capisco perché ora mi
ritrovo in un carcere a sentir dire che ho ammazzato la mia famiglia a
martellate, non me lo ricordo. Non capisco perché ho sparato al collega che
mi ha fregato il posto auto. Non capisco perché in ospaedale nel reparto
oncologia nessuno viene a  trovarmi. Non capisco perché mi trovo in un
alloggio che fa schifo e perché mia moglie se n'è andata. Non capisco
perché sto buttando pietre giù da un viadotto. Non capisco perché sto
mettendo bombe su una spiaggia. Non capisco perché mi hanno messo una
camicia di forza a furia di prendere pillole. Non capisco perché sto
sparando alla gente che passa per strada. Non capisco perché mi sveglio la
notte con l'angoscia, l'insonnia, la bulimia, l'anoressia, il bisogno di
bere, il bisogno di bucarmi, di urlare. Non capisco perché sono qui vecchio
senza nessuno attorno e senza ricordare nulla della mia vita.

Il dottor Marini lo capisce fose perché. Lo capisce perché di gente così ne
ha vista tanta. Li ha avuti come 'clienti', diciamo. Li ha mandati al
manicomio criminale o in galera. Ne ha compassione, magari mentre ne chiede
la condanna è anche turbato. Perché gli fanno pena, anche se costoro, che
magari anarchici non sono, compiono delitti giudiziariamente ben più gravi.
Li compiono in continuazione, 24 ore su 24, dappertutto, sempre più feroci,
sempre più sanguinari, sempre più imprevedibili, sempre più inspiegabili...
almeno per autori e vittime.
Ma questo non allarma Marini. Non allarma le persone che in questo sistema
sguazzano, si trovano bene, si adattano o addirittura che da questo sistema
traiono soddisfazione. No. Lui è allarmato da quelli che hanno già deciso,
per desiderio e per malessere, che devono provare a fare qualsiasi cosa sia
consona al proprio essere delle persone per trovare almeno le possibilità
di vivere, di cambiare tutto, di spazzare via questi mali imprescindibili.
E allora lo diciamo, io lo dico: io non sto bene, non ho la possibilità di
provare a fare quel che mi sento di fare, al di là dei risultati che
oterrò, al di là dei malesseri che IO mi procurerò, non ho la possibilità
di vivere libero. Che sia poi più duro, più doloroso, mi va anche bene, ci
sto dentro. Voglio provarci. Non cerco l'Eden, la felicità, non mi illudo;
cerco di vivere per come sono fatto. E non penso di potermi poi trovare in
un mondo più mediocre, maniacale, sporco e disumano di questo.
Quindi lo dico: voglio dare il giro, lo voglio come quando mi manca l'aria,
faccio tutto quel che posso per farlo. Faccio manifesti. Faccio volantini.
Faccio quel che lui chiama 'attività di proselitismo'. Faccio in modo di
non lavorare. E magari faccio anche quelle cose che non si possono
raccontare, ma di sicuro, di sicuro sicuro, se urlo per stada, se mi
troverò in carcere, in ospedale o a fare danni in giro di notte, da solo o
in compagnia, di sicuro io lo saprò perché.
E non starò certo peggio di uomini come Marini.
Se passa questo meccanismo in molti rischieremo la galera e/o altro. Penso
quindi che sarebbe ora di chiarirci le idee, noi sovversivi, razionali o
no, e di dirlo chiaro che vogliamo dare il giro a tutto, anche senza
bandiere anarchiche, anche senza le masse o i collettivi o i centri sociali
dietro, anche senza le scuse del vittimismo, della giustizia, della pace.
Dobbiamo chiarirci sui nostri intimi desideri, farlo innanzitutto quando
siamo da soli senza nessuno attorno che ci guarda e capire se vogliamo
questo o altro, e poi trovare il modo più ampio possibile di dire: sono un
anarchico, sono un sovversivo, e voglio dare il giro a tutto, VOGLIO LA
RIVOLUZIONE. E quello che facciamo poi, che restino fatti di ognuno.
Saperlo è compito di Marini, non dei sovversivi.

Marini si accontenterà di molto meno di ciò che ha chiesto, penso. Ha anche
chiesto poco in alcuni casi per alcuni imputati di banda armata, rispetto a
quel che si comminava 20 anni fa, e ciò nonostante i suoi proclami: "Non è
tempo di clemenza questo!", ha chiesto ergastoli per un reato che non c'è,
non c'è mai stato.
A lui interessa altro, interessa che la macchina parta. E' già pronto a
ripartire, lo ha detto: ci sono ancora arsenali in giro, che ci sono
complici mai neanche indagati, ci sono gli irregolari, cioè gli
insospettabili, quelli che non sanno nulla di ste' storie, la banda non è
tutta qui, ci sono decine di gruppi in giro per l'Italia che non hanno
smesso. Non sta solo nelle decisioni dei giudici il risultato.






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